La giustizia alla rovescia che sta bloccando l’Italia

La cura da cavallo che nelle intenzioni del governo dovrebbe rivoltare l’Italia come un calzino, facendola diventare una perfetto ingranaggio liberista, per ora ha solo ingolfato la macchina. L’Italia è ferma, inceppata, ingorgata da proteste a tutto campo.
Proteste però che sono diseguali negli esiti. Perché nel magico mondo del liberismo duro e puro nemmeno gli arrabbiati sono tutti uguali.
Per schematizzare un po’ si potrebbe usare l’immagine della piramide, simbolo caro ai liberisti di oggi come a quelli di ieri.
Al vertice ci sono le banche, i grandi manager e le grandi imprese, che hanno causato la crisi, sono stati salvati socializzando le perdite (cioè facendole pagare a noi) e si sono rimessi in sella. Marchionne (inteso come il simbolo di una piccola ma disastrosa categoria di grandi manager), che ha derogato mezzo Statuto dei Lavoratori sventolando il suo “Piano fabbrica Italia” poi rivelatosi un quaderno bianco è ancora lì, intonso, assieme alla FIAT che satolla di finanziamenti pubblici ci sta abbandonando un po’ schifata per trasferirsi negli USA.
Scendiamo un po’ e troviamo i ricchi e ricchissimi, schiaffeggiati recentemente dall’operazione Cortina, ma che non sono nemmeno mai stati veramente minacciati da una patrimoniale che sarebbe stata la cosa più logica da fare fin da subito. E nemmeno da una tassazione seria sulle rendite finanziarie.
Professioni e (consentitemi) corporazioni toccate – più timidamente di quanto promesso con liberale furore pochi giorni fa – ora si mobilitano con un impatto che gli scioperi che i metalmeccanici si sono fatti e pagati non hanno mai avuto.
I farmacisti sono già riusciti a ridimensionare i provvedimenti che avrebbero dato l’equiparazione alle parafarmacie, stiamo a vedere cosa otterranno gli autotrasportatori e i tassisti, categoria che si era già fatta sentire durante l’ultimo governo prodi e che era riuscita a bloccare i provvedimenti di Bersani anche grazie alla saldatura politica col PDL. Poi c’è il movimento detto “dei forconi”, nel sud, con forti e preoccupanti saldature con l’estrema destra.
In queste ore stanno letteralmente bloccando il paese, perché possono, strutturalmente, per la natura del loro mestiere e ottenendo una discreta visibilità.
Una protesta però che colpisce fino ad un certo punto chi sta sopra e che si abbatte pesantemente al di sotto, sull’ultimo scalino della piramide.
Quello della base, dove ci siamo noi. Ci sono i lavoratori dipendenti pubblici e privati: operai, insegnanti, precari, stagisti, apprendisti. Colpiti dalla crisi, dalle manovre tutte concentrate a far pagare sempre i soliti, pressati da controlli fiscali sempre più serrati sui 730 mentre ancora ci sono milionari evasori totali, insultati a turno da ministri buontemponi (ieri Brunetta e Sacconi, oggi Martone), bloccati dalle proteste di tassisti e autotrasportatori.
Questa gente, questi lavoratori, giovani e pensionati che di sacrifici ne hanno fatti già tanti stanno per vedersi recapitare una riforma dei diritti (e del mercato) del lavoro che rischia di essere una mazzata di natura epocale.
Questi, sindacato a parte, chi li rappresenta? Chi in parlamento fa le barricate per tutelare i loro interessi?
Per loro non ci sono sponde politiche, la risposta che ricevono è la magica, inquietante e molto democristiana formula della “equidistanza tra lavoro e impresa”, una equidistanza fra diseguali che obbligatoriamente favorisce il più forte.
L’esito finale di questa piramide è un paese che, salvo pagare il tributo di sangue ai “Mercati”, dei pagani e vendicativi, la crescita non la vede e non la vedrà. Non la vede inceppato da proteste e malcontento generalizzato, non la vedrà affossato da una base sociale e produttiva strozzata dall’incertezza, dall’insicurezza del lavoro, dai salassi fiscali per coprire l’illegalità dei privilegiati (vedrete quando si scoprirà il salasso che comporta l’IMU sulla prima casa), dalla diminuzione del potere d’acquisto dei salari e quindi represso in ogni genere di domanda. Chi ci deve entrare a spendere nei negozi aperti 24 ore su 24?
Il conflitto non è orizzontale, tra generazioni, come vorrebbero farci credere. Tra giovani senza diritti e “vecchi” a cui toglierli. Il conflitto è tra chi – al vertice di potere e privilegi – sta sbagliando clamorosamente le ricette e fa pagare progressivamente di più a chi ha meno, e chi dal basso non ha ancora trovato la coesione e la rappresentanza necessarie per rialzare la testa.

Alessandro Squizzato
Comunisti Italiani – Treviso

Bene l’indagine sul prof. razzista ma attenzione anche alla violenza organizzata

BENE L’INDAGINE CONTRO IL PROFESSORE NEONAZISTA, MA ATTIVIAMOCI CONTRO LA VIOLENZA DI STAMPO FASCISTA

Apprendiamo dal lancio d’agenzia che il professor Renato Pallavidini, neonazista noto in passato per i suoi proclami razzisti e il suo credo negazionista, è indagato per istigazione all’odio razziale dopo aver scritto su Facebook, a commenti di ritratti di Hitler e Mussolini: “Se mi togliete questa foto, vado con la mia pistola, alla sinagoga vicinissima a casa mia e stendo un po’ di parassiti ebrei che la frequentano. Vi conviene stuzzicare il can che dorme?”.
Non possiamo che essere soddisfatti dell’attenzione che le forze dell’ordine hanno dimostrato verso un comportamento che consideriamo pericoloso, oltre che ripugnante, nel sostenere la violenza razzista.
Una violenza che percorre in centinaia di episodi tutto il paese e che ha avuto nel caso di Firenze la sua punta recentemente più esposta e visibile. Ma sotto la superficie l’iceberg è ben più grande. Nelle periferie delle città ma non solo la violenza e le minacce di stampo fascista, con movente razziale o politico, sono una realtà presente e gravissima che a volte si intreccia alla criminalità comune.
Non solo immigrati, ma anche omosessuali e militanti di sinistra sono le vittime di un fenomeno che si è ingrandito negli ultimi anni anche per il calo di attenzione e l’indebolimento della sensibilità democratica e antifascista di buona parte della politica organizzata.
Per questo ribadiamo la nostra richiesta, rimasta ferma negli anni, di mettere fuorilegge in coerenza con il divieto di ricostituzione del partito fascista le organizzazioni che a quella storia e a quella cultura (oltre che a quella nazista) chiaramente si ispirano. Facciamo appello alle forze dell’ordine perché usino la stessa prontezza nel colpire anche chi, non solo con il computer ma nella pratica quotidiana pratica il razzismo e la xenofobia.
Ma più di tutto rivolgiamo il nostro appello a tutte le organizzazioni sinceramente democratiche e antifasciste a rispolverare una attenzione particolare su questi temi, ad essere inflessibili e a non dare agibilità e riconoscimento a quelle organizzazioni politiche che sostengono credi di stampo fascista e razzista e a contrastarle con la forza della ragione e con l’unità che hanno contraddistinto l’arco antifascista del nostro paese negli anni, fin dalla Resistenza partigiana.

Alessandro Squizzato, esecutivo nazionale FGCI

Ivano Osella, coordinatore FGCI Torino

Quando la politica non serve più: pentapartito, governo a Monti e chiavi in mano alle banche

L’uso mediatico e politico della parola “democrazia” da un bel po’ di tempo è viziato da una certa furbizia. Spesso serve più a riconoscere una aderenza al protettorato atlantico-occidentale che il vero modello di governo di un paese. Di sicuro non significa più “governo del popolo”, almeno in Italia.
Con il sostegno del presidente della Repubblica (ex res publica) Napolitano siamo riusciti a far coincidere alla fine del regime berlusconiano la nascita di qualcosa di persino peggio!
Con il sostegno di Fini, Rutelli, UDC, Partito Democratico e dello stesso Berlusconi si va verso il governo Monti. Si ritorna insomma al pentapartito. La classe politica italiana è avvinghiata agli anni ’80 e non c’è verso di staccarla.

La decisione l’hanno presa bance e finanza, potenze europee (delle quali noi non facciamo più parte assestandoci sul rango di colonia improduttiva). Il programma è il loro: privatizzazioni, attacco frontale alle relazioni sindacali, ulteriori danni alle pensioni, dismissione dei beni pubblici. La democrazia qui non c’entra più niente.

Il Partito Democratico si ponga qualche domanda, soprattutto la parte – evidentemente minoritaria  – al suo interno che non voleva arrivare a questo e che ancora sogna (segretamente) di rappresentare in qualche modo i lavoratori.
In un colpo solo il maggior partito del centro-sinistra è riuscito a disinnescare la de-berlusconizzazione del paese, la nascita di un governo di centro-sinistra e a frustrare, stracciare e gettare alle ortiche il desiderio di miioni di donne e uomini di sinistra che facevano riferimento a quel partito.

Ma si ponga un paio di domande anche la sinistra: di fronte a questo scenario vale ancora la pensa restare divisa e in guerra fredda guerreggiata o non sarebbe il caso di unire le forze in un fronte che combatta questo schifo con un minimo di credibilità? Creando finalmente una forza federata e unitaria che rappresenti i lavoratori in questo paese, visto che non lo fa più nessuno?

La “lettera” del fallimento: tra obbedienza alla BCE e lusinghe al partito dei furbi, il conto lo paghiamo noi

Ci aspettavamo che i compiti a casa del governo italiano sottoposti al vaglio di Consiglio e commissione UE disegnassero un quadro inquietante per il nostro futuro. Le attese non sono state tradite, come capita ahinoi da un bel po’ di tempo. Nonostante le sceneggiate tutte propagandistiche della Lega Nord, che tanto più alza la voce e minaccia tanto più china il capo e obbedisce, lo spirito della lettera è un tributo ai binari ideologici di BCE, Francia e Germania.
Anche se va registrato che il tutto resta parecchio fumoso e si sostanzia più di grandi promesse che di dati reali, l’impianto generale basa sia il “fare cassa” che il rilancio dell’economia sullo smantellamento dei beni pubblici e sull’attacco alle relazioni sindacali.

Privatizzazioni a tutto campo dalle aziende pubbliche alle farmacie (come non è dato saperlo), la vendita di patrimonio pubblico, la pensione di vecchiaia a 67 anni, un giro di vite reazionario e anti-costituzionale sulle relazioni sindacali promettendo licenziamenti facili sia sul settore privato che su quello pubblico. Ma c’è anche un pezzo del piano di cifra puramente berlusconiana e spazia da una serie di marchette al blocco d’interesse di riferimento (la piccola e media impresa più stracciona e truffatrice e il partito dell’evasione fiscale)  a delle misure ferocemente ideologiche, legate al liberismo più retrivo e superato.
Ulteriore privatizzazione dell’università, misure punitive contro i dipendenti pubblici e infine la sommatoria di tutte le minacce relative alla Costituzione Italiana. Nel mirino l’articolo 41 ma molto più tetri sono i riferimenti alla volontà di aumentare (ancora) i poteri a esecutivo e maggioranza.

Il tutto si vede chiaramente è stato rabberciato ammassando vecchie promesse elettorali, diversi progetti lasciati a metà da anni (per fortuna) dai vari ministeri, qualche panzana brunettiana. Fa sorridere nella drammaticità generale la previsione, per risollevare la crescita, di risolvere la questione meridionale del nostro paese in 4 mesi, grazie ai fondi europei. Eppure questa lettera inquieta nella serenità tutta asettica con cui presenta a istituzioni sovranazionali non democratiche (e non elettive) e a potenze estere un piano per il paese che ignora Costituzione, Statuto dei Lavoratori, tavoli di concertazione recenti e sofferti con le parti sociali. Inquieta la rappresentazione plastica di come sul nostro futuro stiano decidendo potenze economiche straniere e un governo non più rappresentativo dell’elettorato stia trattando sulla base di interessi del tutto di parte.

Nessuno oggi in Parlamento sta dicendo una cosa elementare e sacrosanta: nessuno può decidere dall’esterno sulle relazioni sindacali, lo stato sociale, l’impianto dello Stato del nostro paese senza passare per dei processi democratici. Non lo deve fare Berlusconi come non lo deve fare la BCE. Nessuno che alzi la voce per dire che – Berlusconi a parte – la ricetta che ci impongono è sbagliata e regressiva.

Persino il Presidente della Repubblica Naplitano, lo scrivo con tutto il rispetto per l’istituzione, ieri ha pronunciato una dichiarazione – “occorre prendere decisioni impopolari” – che nella sua banalità suona come un via libera alla macelleria sociale. Eppure l’alternativa c’è e va  nel senso opposto di quanto stanno facendo.

Recupero di risorse tramite a) una patrimoniale annua. La CGIL ha calcolato che sarebbe sufficiente tassare dell’1% i patrimoni superiori agli 800 mila euro per recuperare 18 miliardi l’anno b)  riforma del prelievo fiscale basata sul possesso e sulla redistribuzione c) pesante recupero dall’evasione fiscale d) tassazione delle rendite finanziarie. Una programmazione statale per il rilancio dell’economia anche su medio e lungo termine che passi per incentivi alla ricerca e all’ammodernamento degli impianti, sovvenzioni all’istruzione e alla ricerca libere e pubbliche, incentivi alla ricerca nei settori industriali strategici. Mantenimento dei settori produttivi pubblici e dei beni di Stato ed enti locali. Non solo l’acqua ma anche aziende e beni immobili. Cancellazione dei contratti precari e riforma del welfare per dare capacità di spesa a tutta una generazione di nuovi lavoratori.
Si vuole rilanciare il campo dell’edilizia ed infrastrutture? Altro che incentivi ai privati, cos’altro deve succedere perché si lanci un piano di messa in sicurezza del disastro idro-geologico che è il nostro paese?
Insomma un piano che miri a non farci andare al default senza proiettarci nell’impoverimento di massa, come invece Europa e governo sembrano aver stabilito.

Andiamo a vedere per macro-tematiche di cosa parla la lettera. Leggi l’articolo completo

NON RASSEGNAMOCI. DEMOCRAZIA, CONTRO LE AGGRESSIONI E LA REPRESSIONE

Di Flavio Arzarello e Alessandro Squizzato*

Le grandi ragioni che hanno portato in piazza 500 mila persone a Roma sabato, in gran parte ragazze e ragazzi, sono sostanzialmente scomparse dai mass media e nelle discussioni del nostro Paese.
Per la prima volta siamo scesi in piazza per le stesse ragioni in tutta Europa e in tante parti del mondo. Democrazia, diritti, un’idea diversa di distribuzione della ricchezza. Il primo appuntamento di massa contro il liberismo e non solo contro Berlusconi, contro la dittatura della Bce in Europa, per un’uscita diversa dalla crisi.
Roma è stata forse la piazza più partecipata a livello mondiale. Sarebbe stata la genesi del movimento di quest’anno, consapevole e determinato. In continuità con quello nato un anno fa, esattamente il 17 ottobre 2010, all’indomani della grande manifestazione indetta dalla Fiom, che ha attraversato le imponenti lotte degli studenti, delle donne, fino ai referendum di questa primavera. Invece si sta parlando di altro: degli scontri, della violenza di pochi. Quello che sarebbe potuto essere il battesimo del movimento rischia di diventarne la tomba: quanto messo in scena sabato dalle poche centinaia di incappucciati addestrati e organizzati è stato un vero e proprio attacco al corteo e al movimento. Leggi l’articolo completo

Ciao Ernesto!

9 ottobre 1967 – 9 ottobre 2011
È molto facile tra le delusioni e le asprezze della politica quotidiana perdersi per strada i fondamentali, a volte gli anniversari aiutano a rinfrescarsi la memoria.
Lui è stato la mia prima bandiera rossa, quando ancora capivo a malapena cosa voleva dire, e posso dire senza forzature che è stato anche quello che mi ha attaccato questa brutta malattia di non farmi mai andare bene niente e di aver voglia di raddrizzare le cose che non vanno.
È brutto rivedersi solo ai funerali Ernesto, cerchiamo di non perderci di vista…