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Tutte le bugie sull’articolo 18

Pubblicato anche su www.liberopensiero.eu

Il dibattito pubblico sull’articolo 18 in particolare e sulla legge delega in generale è davvero allucinante. Complice il livello infimo del lavoro giornalistico attorno a questo tema, telegiornali e talkshow spesso passano sopra ad asserzioni campate in aria, salti logici e vere e proprie omissioni.

Mi chiedo ancora quando un giornalista farà per la prima volta notare che l’articolo 18 è già stato modificato nel 2012 da Fornero (che oggi si diverte a  – per usare il suo celebre lessico giovanile – “trollare” Renzi dicendo che lo lascerebbe stare). Su questo ci torno subito.

Ripercorriamo per punti tutte le bugie che ci raccontano sull’articolo 18.

L’articolo 18 obbliga le aziende a riprendersi i lavoratori che vogliono licenziare?  Falso. Prima di tutto va capito che l’articolo 18 riguarda i licenziamenti che, se impugnati dalle vittime, un giudicee sulla base delle prove fornite ritiene illegittimi. Dalla legge 92/2012 della Fornero i licenziamenti per ragioni economiche sono quasi sempre ritenuti legittimi. Quando le ragioni economiche risultano infondate, il lavoratore può essere indennizzato. Il reintegro risulta  solo per i licenziamenti discriminatori, ovvero fatti contro le opinioni politiche, il sesso, l’etnia o l’appartenenza sindacale del lavoratore. È opzionale quando la motivazione, riconosciuta falsa, del licenziamento invece è di natura disciplinare. L’importanza del reintegro, a cui non si ricorre spesso, è principalmente di deterrente e anche di strumento di contrattazione per strappare indennizzi dignitosi. Se una azienda, a torto o a ragione, non vuole più saperne di un lavoratore che ha assunto a tempo indeterminato insomma, ha tutt’ora l’imbarazzo della scelta.

L’articolo 18 impedisce di licenziare?  Come abbiamo visto è falso, ed è confermato dall’enorme mole di licenziamenti di questi ultimi anni, dal 2007 in poi. E pensare che gli stessi giornalisti e politici che non parlavano d’altro ora se ne sono dimenticati e sostengano addirittura che non si possa licenziare per motivi economici.

Renzi NON vuole togliere l’articolo 18 a chi ce l’ha? Falso. Viene ripetuto da alcuni dei renziani più scaltri nel talkshow e nelle interviste. Ma è un espediente retorico piuttosto disonesto e raramente vengono costretti a chiarire. Renzi non intende (a quanto dice) togliere l’articolo 18 da quei contratti, in corso, che lo prevedono. Ma non ci sarà più nel caso un lavoratore cambi contratto e per tutti coloro che firmeranno un contratto di lavoro dall’approvazione della legge in poi. Per cui sarebbe un diritto che andrebbe “fino ad esaurimento scorte”.

L’articolo 18 è una anomalia italiana? Non è vero, ci sono forme di protezione dai licenziamenti illegittimi in tutti i maggiori paesi europei. Sicuramente Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna. In Germania i licenziamenti devono persino passare per i consigli di fabbrica.

Il lavoro a tempo indeterminato in Italia è troppo protetto rispetto agli altri paesi europei? Bugia! Esiste un indice dell’OCSE per misurarlo, l’EPRC (indice di protezione per i lavoratori a tempo indeterminato dell’Eurozona), che nel 2013 ci vedeva dietro a Germania, Belgio, Olanda, Lettonia e Francia. Mentre il grado di flessibilità risulta assolutamente in media (tabella). Per approfondimenti segnalo un ottimo articolo di Economia e Politica.

Gli investitori aspettano che venga tolto l’articolo 18? Ora, voi pensate davvero che ci siano multinazionali che si accalcano ai confini finanziari del nostro paese ritirandosi tremanti dalla prospettiva di non poter licenziare immediatamente quelli che intendono assumere per discriminazioni razziali o politiche? Vi sembra coerente? E vi pare possibile che qualcuno se vuole licenziare un sindacalista adduca motivazioni discriminatorie e non si inventi motivazioni economiche? E per parlare di imprenditori italiani, bisognerebbe informarsi su cosa dicono. Un sondaggio della Banca d’Italia del 2012, riportato di recente da questo sito, segnala che solo il 15% delle imprese sarebbe eventualmente interessata a derogare dall’articolo 18. Il numero appare particolarmente irrilevante se pensiamo che la stragrande maggioranza del tessuto economico-produttivo del nostro paese è fatto da piccole imprese sotto i 15 dipendenti alle quali l’articolo 18 già non si applica.

L’articolo 18 crea lavoratori di serie B, toglierlo serve ai precari? Ripetuta con tracotanza dal presidente del Consiglio, è una delle sue frizzanti asserzioni senza ragionamento. Perché? Come?  Se Gianni ha 1 mela e Toni ha 0 mele, e Matteo prende la mela di Gianni e la butta via, quante mele avrà Toni? Non servono riforme della scuola per rispondere.

Insomma, questo benedetto articolo 18 della legge 300/70 sarebbe un feticcio per chi?  Per i lavoratori italiani è il riconoscimento di un diritto, della dignità di non dover subire impunemente abusi. Ma per chi vuole attaccare e cancellare ciò che ne rimane dopo le passate manomissioni si tratta di un simbolo, di uno scalpo da portare ad elettorato e opinione pubblica per sancire la nascita del PDR, il Partito di Renzi, post-ideologico e trasversale. Magari serve per distrarre dal fatto che il resto della riforma i problemi dei precari non li risolverà davvero, e che la vaghezza in merito al contratto a tutele crescenti rischia di rivelarsi l’ennesima fregatura. E forse serve anche un po’ a farci dimenticare, ammaliati da nuove guerre e nuovi nemici, del fatto che tutte le riforme mensili che aveva promesso non ci sono state e che l’economia del paese così come l’azione concreta del governo ristagna come e più di prima.

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Renzi, articolo 18 e ideologia: è una questione di riflessi

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Ciò che a Renzi non manca di sicuro sono i riflessi. La sua politica tutta comunicazione e gestione del potere soprattutto in questi ultimi giorni, con lo scontro su articolo 18 e diritti dei lavoratori, si sta dimostrando una spremuta di tutte le formule più efficaci inventate negli ultimi anni, aggiornate alle condizioni del dibattito pubblico italiano contemporaneo.

Ogni volta che la sua azione di governo ha iniziato a sembrare stagnante, Renzi con riflessi fulminei ha mosso le acque con annunci a raffica, colpendo dove la maggioranza dell’opinione pubblica e i media sono più sensibili. Ha indicato dei nemici, né troppo precisi né troppo vaghi (gufi, conservatori, burocrati) responsabili delle cose che non ha fatto. Nei giorni scorsi ha inviato un messaggio a tu per tu al paese-telespettatore, su youtube (e di conseguenza sui telegiornali della sera), che a parte il registro non è molto distante dalla formula delle vecchie “cassette” di Berlusconi. Ha infine dispiegato la sua narrazione dello scontro in atto: non parti di società diverse, con interessi diversi, da comporre in qualche modo nel quadro democratico, ma “chi vuole fare le cose” contro chi difende interessi personali, o corporativi. Rileggendo in una chiave più inclusiva e rassicurante la retorica di Beppe Grillo.

Con un attacco alla CGIL malizioso come fin’ora nemmeno i governi di Forza Italia avevano osato, dice di pensare a “Marta, 28 anni”, che vuole il diritto alla maternità, a “Giuseppe, 50 anni” senza cassa integrazione o ai piccoli artigiani.
Ma l’articolo 18, così come gli altri diritti sul lavoro, come tutti potranno capire non sono delle quantità “finite”, da distribuire, non tolgono niente a Marta e Giuseppe, a cui si potrebbe semplicemente dare finalmente maternità e cassa integrazione, e che anzi si sono visti fin’ora maltrattare dai governi precedenti e anche da questo stesso con il decreto Poletti (non certo dalla CGIL) .
Che l’articolo 18 non c’entri con l’occupazione ormai lo dicono anche i renziani, e non è nemmeno vero che secondo l’Europa questa riforma sia necessaria per rilanciare l’economia, le analisi europee trattano di mercato del lavoro ma vanno ben oltre comprendendo innovazione, competitività, specializzazione delle imprese. E se il “contratto a tutele crescenti” deve essere realmente “unico”, cioè cancellando ogni altro contratto precario, che senso ha avuto il recentissimo decreto Poletti che ha appena potenziato questi ultimi? E le “tutele”, concesse dopo ancora ignoti anni di attesa in condizioni di assenza di diritti, quali saranno?

Quindi a me verrebbe da pensare che piuttosto che a Marta e Giuseppe, Renzi stia pensando ad Angelino, 43 anni, segretario di partito, che ha fatto tanti sacrifici per dargli sostegno e che ora pretende una contropartita; a Pietro, 65 anni, giuslavorista, che sogna da anni una riforma del lavoro che quando è stata applicata non ha funzionato ma lui ci crede tantissimo; a Pier Luigi, 63 anni, dirigente di partito, che deve capire che i tempi sono cambiati e che ora nel PD comanda lui e non fa prigionieri e anche a Jyrki, 43 anni, vice-presidente della commissione europea, molto di destra e molto influente per ottener quella approvazione in Europa di cui Renzi ha bisogno.
Ma soprattutto mi viene da pensare che voglia parlare, come ha spiegato bene Ilvo Diamanti su Repubblica, a quella consistente fetta di cittadini, elettori tradizionali di destra, che hanno costituito un terzo di quel 40,8% su cui si sta fondando il nuovo PD renziano che iniziava un po’ ad abbandonarlo.

Insomma, l’espressione di Camusso che accusava Renzi di voler prendere uno “scalpo” da esibire mi pare quanto mai precisa.
L’unica cosa che pare “ideologica”, nel senso deteriore del termine, è l’atteggiamento con cui si è voluto porre la questione del lavoro in Italia, con slogan cari alla destra e con la voglia di indicare un nemico in chi rappresenta i lavoratori.
Parlando persino di “Apartheid”, alludendo che se Marta, precaria, è in un ghetto la colpa sia di sua madre, impiegata alle poste, quando invece non è così. Ad aver creato il ghetto è stato chi ha pensato che per far spendere meno le imprese era necessario togliere potere contrattuale a chi lavora, senza pensare che così si crea anche un lavoro peggiore e nuove generazioni più povere e dal futuro incerto.

Si potrebbe invece lanciare una sfida sana, vera, a tutte le parti sociali nel cercare di risolvere finalmente i danni fatti in quasi 20 anni di “flessibilità”, e di tornare a forme contrattuali e ammortizzatori sociali che abbraccino tutti, estendendo i diritti per creare lavori migliori, che permettano a noi precari, alle nuove generazioni di lavoratori di investire su noi stessi e di conseguenza sull’Italia.

La CGIL scenderà in piazza questo autunno e credo possa essere una occasione importante per rimettere la discussione su questo piano. Servirà, è vero, una maggiore attenzione da parte dei lavoratori a tempo indeterminato nel non lasciare indietro gli altri, anche in sede di contrattazione. Così come saremo noi precari, di ogni ordine e grado a doverci far sentire senza aspettare che siano altri, che non sono nelle nostri condizioni, a fare tutto per noi. La via di uscita non si troverà con la ghettizzazione di una parte così come non si troverà con la lotta e l’ostilità tra persone che anche se con contratti diversi e con diritti diversi fanno tutto sommato gli stessi lavori e alla fine hanno tutti lo stesso interesse nell’avere un paese più giusto ed equo. Il mondo del lavoro va cambiato, ma va cambiato in meglio, e la solidarietà tra lavoratori a tempo indeterminato e precari deve servire a stare  tutti meglio, non a trascinare tutti nell’Apartheid.

Alessandro Squizzato

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Vizi privati e pubblica austerità

Cosa dovremmo capire dal dibattito di questi giorni sull’austerità e sulle ricette economiche che dovrebbero salvare l’Italia e l’Europa dalla recessione? Non so bene a chi lo sto chiedendo, ma non è una domanda retorica. Cosa si suppone che dovremmo capire?
Che le ricette italiane sono in linea con i desiderata della Commissione Europea e che vanno solo applicate come ha dichiarato, con una punta di diffidenza, il vicepresidente liberista osservante Katainen?

Oppure che c’è un braccio di ferro in corso e l’Italia non farà una legge di bilancio allineata al fiscal compact europeo? Come fatto intendere da Padoan e Renzi e sottolineato dalla stampa italiana e da quella filogovernativa con particolare enfasi.
C’è davvero un braccio di ferro tra Italia ed Europa, esiste una svolta nelle politiche di austerità sperimentate fin’ora e che il governo europeo di PPE e PSE sembra voler portare avanti?

Quello che ho capito io, gufo comodamente appollaiato sul trespolo del lavoro liberalizzato, è che sono state promesse riforme del mercato del lavoro che piacciono molto alla destra europea, di cui Katainen è autorevole espressione, ma che in cambio il governo italiano non vorrebbe fare una legge finanziaria (il bilancio dello Stato per l’anno prossimo) sulle direttrici europee di rientro del debito.
E in effetti sarebbe una operazione che comporterebbe tagli socialmente insostenibili, oltre che disastrosi per il consenso di cui gode ora il presidente del Consiglio.

Ma anche questa versione della storia non appare molto soddisfacente. Sembra la posizione di chi si è accorto, in largo e disastroso ritardo, che le teorie sull’austerità espansiva di bocconiani natali, erano sbagliate, ma non lo può dire troppo forte perché fin’ora le ha sempre avvallate. E non può nemmeno fare una vera inversione di marcia, perché nel frattempo non solo ha inserito il pareggio di bilancio (ora “rivelatosi” recessivo) in Costituzione, ma ha anche approvato delle leggi che impongono all’Italia vincoli ancora più restrittivi di quelli che chiedeva la trojka.

L’impressione insomma è che la grande vertenza renziana sulla politica economica contro le direttive della Commissione Europea si risolva in ultima istanza nel solito immobilismo.

Uno status ormai cronico del nostro paese che ci impone una austerità “pubblica”, nei servizi e sugli investimenti statali, senza andare ad intaccare quei vizi privati di un tessuto produttivo (salvo poche eccezioni virtuose) vecchio, farraginoso, segnato dall’evasione fiscale, refrattario all’innovazione e che cerca sempre la soluzione nell’abbassamento del costo del lavoro e nella precarizzazione dei contratti.
Tutto meno che “cambiare verso” insomma: un mercato del lavoro che prosegue sulla china quasi ventennale della precarietà e una politica economica che si discosta dall’austerità solo per salvare (forse) la sanità da ulteriori tagli, ma non abbastanza per fare investimenti pubblici.
Se si volesse davvero cambiare verso, e ce ne sarebbe bisogno, una prima occasione è offerta dal referendum per il quale si stanno finendo di raccogliere le firme in questi giorni che mira alla modifica delle leggi italiane sul fiscal compact. Un primo passo per poter tornare a fare investimenti pubblici sostanziosi e stimolare un po’ la crescita.

L’iniziativa, promossa da economisti di diversa estrazione – da Riccardo Realfonzo a Mario Baldassarri – ha subito raccolto l’appoggio della CGIL, come di molte sigle politiche soprattutto di sinistra, e un po’ a sorpresa anche da alcuni settori di Partito Democratico “pentiti” di quanto votato nei governi Monti e Letta, rappresentati da Bersani, Cuperlo e Fassina.
Io ho firmato e invito chi apprende ora della cosa ad affrettarsi, recandosi nella Camera del Lavoro di zona o contattando il comitato Stop Austerità più vicino.
L’altra buona azione che si potrebbe fare, per “cambiare verso”, sarebbe smetterla di ficcare la testa sotto la melma del nostro paludato dibattito pubblico ed ammettere che le modifiche alle regole del mercato del lavoro (leggasi precarietà e legge 300/70) non sono per niente la priorità per l’Europa, così come non lo sono per il bene della nostra economia nazionale.
L’ultimo Rapporto Europeo sulla Competitività parla principalmente di innovazione, di investimenti e delle caratteristiche di gestione delle imprese, non di mercato del lavoro. Tutto un altro paio di maniche agire su queste cose, perché significherebbe mettere mano su quei “vizi privati” del tessuto produttivo nazionale che nessun governo ha mai avuto il coraggio di toccare ma che oggi, senza più l’aiuto ingente dei soldi pubblici, si sta rivelando in tutta la sua debolezza.

Articolo pubblicato su www.liberopensiero.eu

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Vademecum antifascista: assolto

La campagna antifascista del 2008 era basata sull’ idea che l’estrema destra tema più di ogni altra cosa l’esposizione pubblica della verità, perché scoperchia quella cappa di ambiguità sotto la quale prova ad uscire dall’ isolamento sociale. E i fatti mi pare confermino la tesi. E che per fortuna non è ancora reato.
Pubblico la notizia dalla Tribuna di Treviso online

Vademecum antifascista: autore assolto

CASTELFRANCO. Aveva redatto un vademecum, del tipo «Se li conosci li eviti», sui movimenti neofascisti veneti.

CASTELFRANCO. Aveva redatto un vademecum, del tipo «Se li conosci li eviti», sui movimenti neofascisti veneti. Per quella pubblicazione, comparsa in rete nel 2008, era finito a processo per diffamazione il castellano Alessandro Squizzato, ex segretario regionale della Federazione giovanile comunisti italiani. A portarlo in aula, un consigliere comunale veronese, Marcello Ruffo, 28 anni, attivo con le sigle di estrema destra. Ieri il giudice lo ha assolto. Il giovane, difeso dall’avvocato Massimiliano Stiz, non è colpevole di diffamazione perché quel fatto «non costituisce reato». «Quella pubblicazione era una sorta di lista di proscrizione, mi ha creato molti problemi», aveva detto Ruffo in aula, sentito dal giudice. Sullo sfondo di questa vicenda c’era un drammatico fatto di cronaca: l’omicidio di Nicola Tommasoli, picchiato a morte da un gruppo di giovani di estrema destra a Verona nel maggio del 2008. Il “bestiario” di Squizzato arrivava sull’onda emotiva di quel gravissimo episodio. Scriveva che il Blocco Studentesco di Ruffo è un «gruppo concentrato sul revisionismo storico e l’anticomunismo, coinvolto nelle indagini sull’omicidio Tommasoli e presente nell’ambiente più violento del neofascismo». Diffamazione, secondo Ruffo. Diritto di critica politica, secondo Squizzato. E il giudice ha dato ragione alla difesa. (fa.p.)

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Europee: Si può fare!(?)

L’alta astensione falsa un po’ la percezione degli esiti elettorali e suggerisce di essere almeno prudenti nel dare giudizi lapidari. Con un po’ di tempo andranno fatti confronti sui voti assoluti.
Però alcune cose si possono già dire: la botta a Grillo può essere ancora più dura: finché sei credibile dicendo “Vinciamo noi, tutti a casa” è un conto, quando inizi a navigare nelle acque agitate degli altri e diventa evidente che senza fare politica a casa non mandi nessuno le cose diventano più complicate.
Renzi si mangia la destra non berlusconiana e fa il pieno, affermando definitavamente almeno sul breve il modello del partitone post-ideologico di governo. Berlusconi ottiene il risultato minimo, che per lui secondo me non è così trascurabile, di restare indispensabile per una fetta relativamente grossa di ceto politico.
In tutta Europa si afferma l’estrema destra fascista, razzista e antisemita con risultati inediti che fanno davvero paura e temo che un’altra alleanza PPE-PSE rischierà di rafforzarla ulteriormente come antitesi all’europeismo di banche e austerity.

Ma la cosa che ora mi interessa di più è che pur partendo da una situazione davvero difficile, la lista della sinistra “L’Altra Europa con Tsipras” riesce a superare lo sbarramento, prende un 4% che non sarà dirompente ma è più di quello che i più si aspettavano e anche di quello che (lo confesso) mi aspettavo io, che l’ho sostenuta e votata.
È un inizio, una prova contro la macerie, contro l’oscuramento mediatico, in una campagna elettorale a tre in cui gli endorsement a Renzi sono stati imbarazzanti, che ci dice che la sinistra in questo paese si può ancora fare. Sopratutto in una Europa in cui la sinistra avanza con molta più forza, non solo in Grecia dove è il primo partito, ma anche con il 10% in Spagna o il quasi 13% dell’alleanza Comunisti+Verdi in Portogallo.
Da noi si è potuto uscire dal baratro anche perché si sono innescati dei meccanismi che hanno bypassato le rivalità dei gruppi dirigenti dei partiti, le divisioni, il tatticismo sterile e si è imposta una lista unitaria, con volti nuovi e contenuti equilibrati.
Pare dunque che ci sia ancora uno spazio per una rappresentanza politica di sinistra che tenga il punto sulle questioni del lavoro, dell’economia e dei diritti. Debole rispetto al grande blocco renziano delle lodi alla precarietà ma tuttavia esistente.
Io sono convinto possa espandersi, radicarsi, tornare a contare se saprà mettere a frutto le novità positive che sono entrate in campo con questa lista alle europee, scavalcare i vecchi problemi spingendo l’acceleratore su rinnovamente e unità, se non cederà a pulsioni estremiste sulla scia dell’entusiasmo, se non avrà paura di strutturarsi. Il momento delle scelte coraggiose è sempre, ma stavolta potrebbero persino pagare per cui sarebbe bene non perdere l’occasione.

Sharp Right Turn Ahead Sign

Renzi “Chi vota Pd non vota la CGIL”. Dategli retta.

Civati spesso si fa una domanda e si dà una risposta:”Se sei di sinistra perché voti PD?”. E anche oggi la risposta è articolata sulla struttura portante del “Si, ma”. Si, il PD ha sempre scelto la destra, anche quella di Berlusconi, come sponda per governare il paese. Si, fa politiche di destra. Si, è pieno di contraddizioni anche inerenti la questione morale. Ma… non c’è altro, ci sono le preferenze, ci sono lui e Barca ecc…
Aggiungendo (nell’articolo linkato) anche qualche grossa scorrettezza sulla lista Tsipras che sconsiglia per vari difetti alcuni dei quali inventati.
Renzi, quello che nel PD comanda davvero, però risulta sempre più sintetico ed efficace nella comunicazione e lui invece oggi ci tiene a precisare che chi vota PD non vota la CGIL. Ovvero, che il PD non rappresenta quegli interessi, non guarda più alla rappresentanza di quel mondo, che il PD è il decreto Poletti e non c’entra niente – ad esempio – con il piano per il lavoro.
Ecco, dei due Civati sicuramente è quello che mi sta simpatico, ma se parliamo di PD tendo a sospettare che pesi di più Renzi. E che alle Europee chi sarà eletto nelle liste del PD (anche con i voti di chi è di sinistra e si accontenterà di dare la preferenza al piddino più di sinistra che c’è) saranno i soliti che si saranno ambientati nel nuovo PD renziano. Che in Europa voteranno secondo logiche liberiste, le stesse secondo le quali legiferano qui in Italia.
Per questo alle Europee questa volta non vedo “Si, ma” che tenga, se sei di sinistra voti la sinistra, che una volta tanto (e sperando non sia l’ultima) si è unita nella lista L’Altra Europa con Tsipras. Quella che lo stesso Civati dice di essere contento di poter guardare “da destra” dal PD. Però, se vuole continuare a poter guardare alla sinistra da dove sta, mi si scusi la banalità, qualcuno la sinistra la deve fare. Anche per chi, nel PD, non ha il coraggio di mettersi in gioco anche se è scontento del posto dove sta, e ha bisogno di una dimostrazione che c’è vita a sinistra e non siamo tutti condannati a morire alleati con Alfano e Berlusconi.

qq1sgTechWorkers

Scopri perché il Jobs Act peggiora le cose in 3 minuti

L’informazione mainstream può aver creato un po’ di confusione sul decreto Poletti approvato recentemente dal Senato cercando di seguire tutte le varie modifiche che sono state fatte nelle ultime settimane.
Chiariamo le cose confrontando a bocce ferme la situazione precedente con quella attuale decisa dal decreto così come è stato approvato definitivamente.

CAUSALE CONTRATTI A TERMINE

Prima: Le imprese possono fissare un contratto a termine senza indicarne una ragione tecnica, organizzativa, sostitutiva o produttiva per al massimo 12 mesi.

Dopo: Il tempo massimo passa a 3 anni (triplicato)

RINNOVI

Prima: Un contratto a termine poteva essere prorogato solo 1 volta prima di divenire a tempo indeterminato.

Dopo: Un contratto a termine può essere prorogato 5 volte (quintuplicato) prima di divenire a tempo indeterminato. Causando contratti più brevi, con ancora minori possibilità di pianificazione del futuro e garanzie per il lavoratore.

SANZIONI CONTRO GLI ABUSI

Prima: la sanzione per il datore che abusa dei contratti a termine applicandoli per lavortori che dovrebbero essere a tempo indeterminato era l’assunzione a tempo indeterminato del lavoratore. Cosa che costituiva un forte deterrente contro le irregolarità.

Dopo: la sanzione per il datore che abusa dei contatti a termine è solo pecuniaria.

APPRENDISTATO

Prima: I contratti di apprendistato prevedono forti vantaggi per l’azienda e retribuzioni minori per i lavoratori in virtù di una prevista funzione formativa e per l’opportunità di futura assunzione. Almeno il 30% di apprendisti dovevano essere assunti alla fine del percorso (legge Fornero) perché l’azienda potesse assumerne degli altri.

Dopo: la scrittura del piano formativo del contratto di apprendistato viene molto semplificata e ridotta a moduli standard, il datore deve assumere almeno il 20% (-33%) degli apprendisti prima di assumerne altri se l’azienda ha più di 50 dipendenti. Se ne ha meno può assumerne nessuno (-100%).

Ogni aspetto affrontato dal decreto peggiora di molto le condizioni dei lavoratori, la regola generale sembra essere allargare i margini di “irregolarità” per cui si accettano contratti a tempo determinato anche se non è giustificato dalle esigenze di produzione e contratti di apprendistato anche se l’intenzione non è di formare nuovi lavoratori.

Per un approfondimento sul perché maggiore precarietà e peggiori condizioni non c’entrano col creare nuovi posti di lavoro consiglio di leggere qui.

Grazie per l’attenzione e buon lavoro.