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Vademecum antifascista: assolto

La campagna antifascista del 2008 era basata sull’ idea che l’estrema destra tema più di ogni altra cosa l’esposizione pubblica della verità, perché scoperchia quella cappa di ambiguità sotto la quale prova ad uscire dall’ isolamento sociale. E i fatti mi pare confermino la tesi. E che per fortuna non è ancora reato.
Pubblico la notizia dalla Tribuna di Treviso online

Vademecum antifascista: autore assolto

CASTELFRANCO. Aveva redatto un vademecum, del tipo «Se li conosci li eviti», sui movimenti neofascisti veneti.

CASTELFRANCO. Aveva redatto un vademecum, del tipo «Se li conosci li eviti», sui movimenti neofascisti veneti. Per quella pubblicazione, comparsa in rete nel 2008, era finito a processo per diffamazione il castellano Alessandro Squizzato, ex segretario regionale della Federazione giovanile comunisti italiani. A portarlo in aula, un consigliere comunale veronese, Marcello Ruffo, 28 anni, attivo con le sigle di estrema destra. Ieri il giudice lo ha assolto. Il giovane, difeso dall’avvocato Massimiliano Stiz, non è colpevole di diffamazione perché quel fatto «non costituisce reato». «Quella pubblicazione era una sorta di lista di proscrizione, mi ha creato molti problemi», aveva detto Ruffo in aula, sentito dal giudice. Sullo sfondo di questa vicenda c’era un drammatico fatto di cronaca: l’omicidio di Nicola Tommasoli, picchiato a morte da un gruppo di giovani di estrema destra a Verona nel maggio del 2008. Il “bestiario” di Squizzato arrivava sull’onda emotiva di quel gravissimo episodio. Scriveva che il Blocco Studentesco di Ruffo è un «gruppo concentrato sul revisionismo storico e l’anticomunismo, coinvolto nelle indagini sull’omicidio Tommasoli e presente nell’ambiente più violento del neofascismo». Diffamazione, secondo Ruffo. Diritto di critica politica, secondo Squizzato. E il giudice ha dato ragione alla difesa. (fa.p.)

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Europee: Si può fare!(?)

L’alta astensione falsa un po’ la percezione degli esiti elettorali e suggerisce di essere almeno prudenti nel dare giudizi lapidari. Con un po’ di tempo andranno fatti confronti sui voti assoluti.
Però alcune cose si possono già dire: la botta a Grillo può essere ancora più dura: finché sei credibile dicendo “Vinciamo noi, tutti a casa” è un conto, quando inizi a navigare nelle acque agitate degli altri e diventa evidente che senza fare politica a casa non mandi nessuno le cose diventano più complicate.
Renzi si mangia la destra non berlusconiana e fa il pieno, affermando definitavamente almeno sul breve il modello del partitone post-ideologico di governo. Berlusconi ottiene il risultato minimo, che per lui secondo me non è così trascurabile, di restare indispensabile per una fetta relativamente grossa di ceto politico.
In tutta Europa si afferma l’estrema destra fascista, razzista e antisemita con risultati inediti che fanno davvero paura e temo che un’altra alleanza PPE-PSE rischierà di rafforzarla ulteriormente come antitesi all’europeismo di banche e austerity.

Ma la cosa che ora mi interessa di più è che pur partendo da una situazione davvero difficile, la lista della sinistra “L’Altra Europa con Tsipras” riesce a superare lo sbarramento, prende un 4% che non sarà dirompente ma è più di quello che i più si aspettavano e anche di quello che (lo confesso) mi aspettavo io, che l’ho sostenuta e votata.
È un inizio, una prova contro la macerie, contro l’oscuramento mediatico, in una campagna elettorale a tre in cui gli endorsement a Renzi sono stati imbarazzanti, che ci dice che la sinistra in questo paese si può ancora fare. Sopratutto in una Europa in cui la sinistra avanza con molta più forza, non solo in Grecia dove è il primo partito, ma anche con il 10% in Spagna o il quasi 13% dell’alleanza Comunisti+Verdi in Portogallo.
Da noi si è potuto uscire dal baratro anche perché si sono innescati dei meccanismi che hanno bypassato le rivalità dei gruppi dirigenti dei partiti, le divisioni, il tatticismo sterile e si è imposta una lista unitaria, con volti nuovi e contenuti equilibrati.
Pare dunque che ci sia ancora uno spazio per una rappresentanza politica di sinistra che tenga il punto sulle questioni del lavoro, dell’economia e dei diritti. Debole rispetto al grande blocco renziano delle lodi alla precarietà ma tuttavia esistente.
Io sono convinto possa espandersi, radicarsi, tornare a contare se saprà mettere a frutto le novità positive che sono entrate in campo con questa lista alle europee, scavalcare i vecchi problemi spingendo l’acceleratore su rinnovamente e unità, se non cederà a pulsioni estremiste sulla scia dell’entusiasmo, se non avrà paura di strutturarsi. Il momento delle scelte coraggiose è sempre, ma stavolta potrebbero persino pagare per cui sarebbe bene non perdere l’occasione.

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Renzi “Chi vota Pd non vota la CGIL”. Dategli retta.

Civati spesso si fa una domanda e si dà una risposta:”Se sei di sinistra perché voti PD?”. E anche oggi la risposta è articolata sulla struttura portante del “Si, ma”. Si, il PD ha sempre scelto la destra, anche quella di Berlusconi, come sponda per governare il paese. Si, fa politiche di destra. Si, è pieno di contraddizioni anche inerenti la questione morale. Ma… non c’è altro, ci sono le preferenze, ci sono lui e Barca ecc…
Aggiungendo (nell’articolo linkato) anche qualche grossa scorrettezza sulla lista Tsipras che sconsiglia per vari difetti alcuni dei quali inventati.
Renzi, quello che nel PD comanda davvero, però risulta sempre più sintetico ed efficace nella comunicazione e lui invece oggi ci tiene a precisare che chi vota PD non vota la CGIL. Ovvero, che il PD non rappresenta quegli interessi, non guarda più alla rappresentanza di quel mondo, che il PD è il decreto Poletti e non c’entra niente – ad esempio – con il piano per il lavoro.
Ecco, dei due Civati sicuramente è quello che mi sta simpatico, ma se parliamo di PD tendo a sospettare che pesi di più Renzi. E che alle Europee chi sarà eletto nelle liste del PD (anche con i voti di chi è di sinistra e si accontenterà di dare la preferenza al piddino più di sinistra che c’è) saranno i soliti che si saranno ambientati nel nuovo PD renziano. Che in Europa voteranno secondo logiche liberiste, le stesse secondo le quali legiferano qui in Italia.
Per questo alle Europee questa volta non vedo “Si, ma” che tenga, se sei di sinistra voti la sinistra, che una volta tanto (e sperando non sia l’ultima) si è unita nella lista L’Altra Europa con Tsipras. Quella che lo stesso Civati dice di essere contento di poter guardare “da destra” dal PD. Però, se vuole continuare a poter guardare alla sinistra da dove sta, mi si scusi la banalità, qualcuno la sinistra la deve fare. Anche per chi, nel PD, non ha il coraggio di mettersi in gioco anche se è scontento del posto dove sta, e ha bisogno di una dimostrazione che c’è vita a sinistra e non siamo tutti condannati a morire alleati con Alfano e Berlusconi.

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Scopri perché il Jobs Act peggiora le cose in 3 minuti

L’informazione mainstream può aver creato un po’ di confusione sul decreto Poletti approvato recentemente dal Senato cercando di seguire tutte le varie modifiche che sono state fatte nelle ultime settimane.
Chiariamo le cose confrontando a bocce ferme la situazione precedente con quella attuale decisa dal decreto così come è stato approvato definitivamente.

CAUSALE CONTRATTI A TERMINE

Prima: Le imprese possono fissare un contratto a termine senza indicarne una ragione tecnica, organizzativa, sostitutiva o produttiva per al massimo 12 mesi.

Dopo: Il tempo massimo passa a 3 anni (triplicato)

RINNOVI

Prima: Un contratto a termine poteva essere prorogato solo 1 volta prima di divenire a tempo indeterminato.

Dopo: Un contratto a termine può essere prorogato 5 volte (quintuplicato) prima di divenire a tempo indeterminato. Causando contratti più brevi, con ancora minori possibilità di pianificazione del futuro e garanzie per il lavoratore.

SANZIONI CONTRO GLI ABUSI

Prima: la sanzione per il datore che abusa dei contratti a termine applicandoli per lavortori che dovrebbero essere a tempo indeterminato era l’assunzione a tempo indeterminato del lavoratore. Cosa che costituiva un forte deterrente contro le irregolarità.

Dopo: la sanzione per il datore che abusa dei contatti a termine è solo pecuniaria.

APPRENDISTATO

Prima: I contratti di apprendistato prevedono forti vantaggi per l’azienda e retribuzioni minori per i lavoratori in virtù di una prevista funzione formativa e per l’opportunità di futura assunzione. Almeno il 30% di apprendisti dovevano essere assunti alla fine del percorso (legge Fornero) perché l’azienda potesse assumerne degli altri.

Dopo: la scrittura del piano formativo del contratto di apprendistato viene molto semplificata e ridotta a moduli standard, il datore deve assumere almeno il 20% (-33%) degli apprendisti prima di assumerne altri se l’azienda ha più di 50 dipendenti. Se ne ha meno può assumerne nessuno (-100%).

Ogni aspetto affrontato dal decreto peggiora di molto le condizioni dei lavoratori, la regola generale sembra essere allargare i margini di “irregolarità” per cui si accettano contratti a tempo determinato anche se non è giustificato dalle esigenze di produzione e contratti di apprendistato anche se l’intenzione non è di formare nuovi lavoratori.

Per un approfondimento sul perché maggiore precarietà e peggiori condizioni non c’entrano col creare nuovi posti di lavoro consiglio di leggere qui.

Grazie per l’attenzione e buon lavoro.

renzi

Sul decreto Poletti. Così, per chiarirci.

Si sta “”discutendo”” (doppie virgolette) sul dare maggiori garanzie ai lavoratori modificando il decreto Poletti.
Ecco, già non ci siamo.
Il decreto Poletti è una riduzione drastica fuori da ogni senso della misura delle già poche garanzie per i precari, categoria che è sempre più vasta nel mondo del lavoro. Per di più non ha alcuna attinenza con la creazione dei posti di lavoro, piuttosto tende a rendere più instabili quelli esistenti (incentivando al limite il turnover tra lavoratori a tempo indeterminato rottamati e nuovi precari assunti).
Una minoranza del PD che lo ha scritto e votato, dopo l’indignazione sindacale, propone una piccolissima riduzione del danno su punti non centrali (mentre affossavano la legge contro le dimissioni in bianco, per compensare). Alfano, per ragioni di campagna elettorale, si distungue puntando su un mantenimento del testo originale che al Nuovo Centro Destra piaceva tanto.
Non è che se durante una rapina i due malviventi si mettono a litigare se rubarti solo il portafogli o anche il cappotto, quello che vuole lasciarti il cappotto è dalla tua parte. Se qualcuno volesse farci un favore, il decreto Poletti semplicemente non l’avrebbe presentato. Così, per chiarirci.

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Renzi e il lavoro, terza via in fondo a destra

Secondo la Cgia di Mestre nel 2013 si sono attivati circa 24000 posti di lavoro  nel “terziario povero” (giardinaggio, pulizie, rosticcerie ecc…), occupazioni nate del tutto indipendentemente dal decreto Poletti (cos’è? leggi qui) del Jobs Act renziano ma che ne verrebbero condizionate. In particolare in questo settore (ma anche negli altri) l’effetto della norma che apre le mosse di Renzi sul mercato del lavoro sarebbe quello di peggiorare impieghi già nati per conto loro, rendendoli più precari.
Ed è solo un esempio, perché a livello sistemico è cosa già dimostrata da ormai decenni di sperimentazione che non è intervenendo sulle condizioni dei rapporti di lavoro che si convince le aziende ad assumere lavoratori che non vogliono assumere, ma semmai si permette loro di assumere quelli già previsti ma con contratti precari e con salari minori.
Anche se qiuello del mercato del lavoro è un tema che mediaticamente svanisce sotto il cappello più importante dell’austerity e dell’Europa, credo sia un errore sottovalutarlo o vederlo come una  conseguenza diretta della politca monetaria. Non è così. È criticabile e recessivo anche il fiscal compact, ma si possono fare scelte differenti sul mercato del lavoro anche in regime di austerity.
Se le scelte che vengono fatte sono queste – per ciò che possiamo valutare, visto che oltre al decreto Poletti ancora non è uscito altro dalla fumosità generale – è perché si è scelta una precisa ideologia, quella liberista della “mano invisibile” in generale e quella blairiana della terza via in particolare. Quest’ultima sempre rivendicata da Renzi non senza un certo provincialismo, visto che è già da tempo passata di moda e difficilmente difendibile persino in patria.
Le resistenze “governative” sono state di una timidezza quasi spiazzante, e hanno riguardato una richiesta in commissione di ridurre il tempo di assunzione senza causale. Rimandata peraltro al mittente dal ministro senza troppi affanni.
L’impostazione generale, in continuità con gli altri governi (Monti e Letta), sostenuti dalla stessa maggioranza, sembra essere quella di un accompagnamento della scrematura della classe media, con un ispessirsi di quella fascia di popolazione che pur lavorando non riesce a vivere in condizioni di sicurezza e stabilità.
In sostanza un metodo per attutire il colpo della nuova fase economica (che non è più lecito chiamare crisi) alle aziende, scaricandolo sui lavoratori.
Tutto ciò avendo escluso in partenza senza patemi o resistenze una riforma fiscale che ridistribuisse ricchezza (nelle fasce abbienti ancora intatta e abbondante) dando impulso ai consumi, finanziasse un piano industriale e produttivo dello Stato per il paese, orientasse la spesa pubblica verso misure keynesiane. Insomma avendo escluso in partenza quelle cose che una forza politica meramente socialdemocratica avrebbe preso almeno in considerazione. O quanto meno avrebbe cercato di spingere al tavolo del governo di cui è l’azionista principale.

C’è sempre più da chiedersi come abbia fatto un partito che viene da una tradizione e da ceppi di sinistra, per quanto moderata, a virare dai binari che avevano caratterizzato non già il PCI degli anni ’60, ma anche – banalmente – il primo governo Prodi, fino a ritrovarsi su un tema fondante quale la rappresentanza del lavoro salariato (e parasubordinato) su posizioni di destra.
Una delle cause è stata forse aver permesso che la rappresentanza del lavoro stessa venisse gradualmente privata della sua centralità nella connotazione della sinistra.
Le intenzioni di Renzi sul lavoro non sono ancora chiarissime (non fa ben sperare il fatto che non le stia “sparando” prima del voto alle Europee…) ma l’impostazione culturale è ormai chiara. E, se non altro per un basilare amore per il pluralismo democratico, ci sarebbe bisogno in Italia di qualcuno che rappresenti una alternativa di sinistra.