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Sinistra: è suonata la sveglia

COSA
Nelle prossime settimane il tema sarà il destino dell’Italia e per la precisione il destino dei tanti uomini e donne “comuni”, lavoratori, giovani e pensionati, che subiranno le conseguenze dell’instabilità e delle possibili scelte politiche ed economiche di stampo “greco”. Gli attori in campo sono il PD di Bersani, che ha proposto un programma di alto profilo a Grillo. Grillo che lo rifiuta e che ancora non chiarisce il suo gioco. Berlusconi che si è già incredibilmente (e scandalosamente ) ricostruito una verginità.
La novità politica è il Movimento 5 Stelle, fenomeno grande, complesso, che lascerà oggettivamente il segno.
Da questo quadro è del tutto assente – non possiamo nemmeno più dire “illustre” – la sinistra. Le elezioni hanno sepolto ogni progetto, hanno di fatto chiuso bottega a qualche partito e hanno avviluppato ancora di più nelle sabbie mobili quei valori e quelle culture politiche che da Gramsci in poi in Italia sono state grandi e di massa.

LE ELEZIONI
A sinistra SEL ne esce meno peggio, porta in Parlamento 37 deputati e 7 senatori – che non sono assolutamente da sottovalutare o disprezzare, per fortuna che ci sono – ma si relega ormai definitivamente nel ruolo di “partitino”. Lo si era capito fin dal risultato delle primarie, appuntamento che Vendola preparava letteralmente da anni, e che si è concluso con un suo ruolo di seconda fila, quasi offuscato dai “Marxisti per Tabacci”.
Per una forza che era nata con la ragione sociale di non contemplare più i “cespugli” e di mirare ad una grande formazione di sinistra, aver preso sostanzialmente un voto “ideologico” è la fine di un programma minimo. Dovranno ora decidere cosa fare, se non vogliono accontentarsi di vivacchiare nelle acque agitate di un parlamento confuso e di breve durata.

Lo stesso PD, o meglio la sua area laburista e di sinistra, deve farsi più di qualche domanda. Una campagna elettorale tutta basata sulla promessa di una alleanza con Monti ha disperso un vantaggio di consensi enorme e ne ha indebolito l’immagine dopo la sbornia delle primarie. La lotta tra i suoi gruppi dirigenti sembra condannarlo ad un pendolo tra posizioni centriste, quando non quelle di destra di Renzi, e una più comprensibile internità al socialismo europeo. Un pendolo che fa un gran movimento a somma zero.
E che ha permesso a Berlusconi di resuscitare.
In attesa di quanto succederà nelle prossime ore con la maggioranza di governo da comporre, anche lì qualcuno dovrà fare una scelta.

CASA MIA
IDV, PRC e il mio partito, i Comunisti Italiani, che hanno investito in Rivoluzione Civile, puntando ogni rimanente afflato su una campagna contro tutti, si sono schiantati.
Il risultato è stato peggiore delle aspettative più pessimistiche.

Ora che la campagna elettorale è finita i miei timori di prima del voto sono divenuti sostanzialmente l’analisi della sconfitta.
Ingroia ha giocato un ruolo incomprensibile ai cittadini italiani. Scegliendo come nemico principale il PD e facendo una corsa in solitaria nei fatti come una versione più soft del Movimento 5 stelle, con l’aggiunta di un po’ di “vecchi” partiti e dirigenti dei partiti trombati alle tornate elettorali precedenti.
Ogni altro messaggio sociale, punto programmatico, è stato semplificato e ridotto a zero nella percezione degli elettori al cospetto di un ruolo oggettivo che non si capiva: né utile a “mandare a casa i politici”, né utile ad ottenere davvero dei cambiamenti precisi per migliorare le condizioni di vita nella crisi. Solo un ruolo attivo in anni di mobilitazioni e proteste (un esempio molto alla buona può essere Syriza in Grecia) forse poteva tradursi in un parziale riconoscimento elettorale; il semplice predicare intenzioni di cambiamento non può bucare, non può convincere. Il centro-sinistra per un verso, Grillo dall’altro (di questo scrive molto bene Lorenzo Zamponi nel recente articolo “Grillo e i movimenti…“), erano prospettive infinitamente più attendibili e riconoscibili secondo i codici politici e sociali strutturatisi negli ultimi anni.

Dopo una sconfitta così pesante e definitiva la reazione emotiva più tipica e più nefasta è quella di chiudersi in sé stessi, ripiegare nei confiini rassicuranti di fazioni e frazioni sedimentate negli anni e che sono state proprio tra i motivi della sconfitta.
È la reazione di chi ha paura, di chi non accetta di confrontarsi con quanto sta succedendo.

Ognuno barricato in confini identitari superficialmente sgargianti ma nella sostanza labili e indeterminati.
Ed è ciò che rischia di succedere in queste ore.
Il PRC pare mediti un arroccamento romantico attorno ad una riedizione vintage di Democrazia Proletaria. Partono slogan tragicomici come “Rifondare Rifondazione”.
Ingroia distribuisce colpe a chiunque meno che a sé stesso e a chi lo ha mandato avanti, e afferma di voler mantenere in piedi Rivoluzione Civile. Supportato probabilmente da ciò che resta delle finanze e delle strutture di Di Pietro.
Lo stesso vale, purtroppo, per i Comunisti Italiani, dal cui gruppo dirigente filtrano intenzioni di un arroccamento speculare e di un “rilancio” del partito, con una torsione identitaria di “purezza” marxista-leninista, possibilmente epurando, perdendo altri pezzi e dedicandosi alla speculazione intellettuale.
Pensiamo davvero che questo scenario potrà produrre qualcosa? Che qualcuno possa uscirne sugli altri? Che sia seria l’ennesima fase in cui formazioni ancora più residuali si contendono tra di loro una sinistra sempre più ipotetica?

IL GRUPPO DIRIGENTE
Una reazione che ribadisce gli errori del gruppo dirigente, perpetuati e aggravati di volta in volta almeno a partire dalla Sinistra Arcobaleno (compresa).
Una classe dirigente nazionale sempre più distaccata dal paese, sempre più incapace di leggerne le trasformazioni e i punti essenziali di dibattito, sempre più indisponibile a spendersi in progetti veri e di lunga durata.
Prima la Sinistra Arcobaleno, una specie di intergruppi litigioso lanciato contro un asse PD-IDV percepito da tutti come unica speranza contro Berlusconi.
Dopo quella sconfita la torsione identitaria: quella nuovista dei bertinottiani in SEL, quella della “Grande RIfondazione” di Ferrero e quella della “Falce e Martello” del PdCI.
Fazioni l’una contro l’altra armate, per 5 anni che tra l’indisponibilità al dialogo di SEL e l’ipocrisia della Federazione della Sinistra sono volati peggiorando la situazione anziché migliorarla.
Per brevità accenno solo alle mille campagne finite in bolle di sapone, le raccolte firme fallite, fino al dilettantismo (non certo dell’inteso lavoro territoriale) con cui è stato trattato il referendum sugli articoli 8 e 18.

Unico intermezzo positivo i referendum sui beni comuni, in cui – a parte alcuni territori virtuosi (io posso testimoniare sulla mia città e sulla FGCI bolognese), i partiti hanno fatto i comprimari di una grande prova organizzativa di movimento.

Chi sollevava voci preoccupate, e mi metto nel novero, è stato avversato come controproducente. È stata chiesta alla base fiducia, negli ultimi tempi persino una fede cieca. Senso di responsabilità, “pazienza” e una sfilza interminabile di altre formule retoriche più adatte al campo delle religioni che a quello del movimento operaio.

Con il cinismo meno pragmatico della storia si è cambiata linea politica e formula elettorale ad ogni occasione, si sono fatti e disfatti contenitori, disarticolando comunità anziché unirle. Si è pensato, in assenza di una proposta politica forte, di prendere il consenso con blitz dell’ultimo minuto, trovate elettorali, fino all’epilogo farsesco di chi delineava linee politiche citando cripticamente scene di film d’azione.
Si è reso difficile e disperso il lavoro di tanti militanti coraggiosi e preparati, così come quello di pezzi sani delle organizzazioni, come quello di tanta parte della FGCI, una comunità in cui sono cresciuto e di cui non smetto di essere orgoglioso..

E forse una generazione di giovani, militanti e quadri intermedi, di cui faccio parte, si è fidata troppo, forse è stata poco determinata nell’avversare una deriva in cui abbiamo fino all’ultimo cercato appigli, sperando di invertire la rotta, salvare qualcosa.

Non ci hanno lasciato più niente da salvare e non è più tempo di aspettare.

È SUONATA LA SVEGLIA, USCIAMO DAL TORPORE
L’arroccarsi, fintamente identitario, nelle proprie iconografie storiche è l’esatto opposto del “resistere”. È la resa, è l’accettazione di non potersi più confrontare con il dovere di cambiamento e con le istanze di progresso per accontentarsi dell’autogratificazione.
L’unico esito possibile di questa china può essere solo l’ulteriore distacco dal popolo italiano, il relegarsi in aree di folclore politico, o di micro-militanza.
Chi vuole fare questo può chiamarsi come preferisce, ma non c’entra niente con il comunismo.

Resistere, lavorare alla riscossa di una idea marxista, per quanto mi riguarda comunista, ma più generalmente legata al solco del movimento operaio, che parla di rappresentanza degli interessi di classe, progresso, democrazia sostanziale, significa rilanciare oltre le vecchie incrostazioni di odi di parte, cordate personali, gruppi dirigenti ormai ridotti a pugili suonati e schematizzazioni sulle “due sinistre”.
Significa ripartire da ambizioni più alte, di rapportarsi dialetticamente con la realtà sociale e politica del nostro paese che è quella che vediamo e non quella che vorremmo che fosse.
I blocchi costituiti nel paese sono ormai tre. Uno di irriducibile destra, uno di sinistra “politica”, che vota centro-sinistra, e quello anti-sistema di Grillo.
Si è radicato un nuovo asse della percezione di massa, establishment-antisistema che ha ridimensionato molto quello destra-sinistra. Di questa trasformazione dobbiamo tenere conto. Soprttutto noi che per anni abbiamo occupato una difficile posizione proprio a metà di questi due concetti.

Ritornare ad essere riconosciuti da coloro che vogliamo rappresentare comincia dall’accettare che la situazione di partenza è questa. E che lo spazio per tornare a dire delle cose come sinistra ed essere riconoscibili presuppone la disponibilità a confrontarsi davvero e non retoricamente con le forze in campo e ad assumersi responsabilità.
Per tornare a parlare DELLA classe lavoratrice, è indispensabile tornare a parlare ALLA classe lavoratrice. L’opera di ricostruzione parte da qui.
In questo paese i comunisti sono stati una grande forza che ha saputo coniugare il difficile binomio “idee radicali, politiche reali” per portare avanti un processo di trasformazione vera. Io non voglio rinunciare a questo compito.
Le forze politche formalmente costituite di oggi non sono sufficienti, non lo fanno, non lo faranno.

Chi è disponibile invece a cominciare a prendersi sul serio e a caricarsi della responsabilità, vera, della sopravvivenza delle istanze di progresso, dovrebbe riconoscersi e ritrovarsi, oltre i vecchi steccati, attorno ad un programma “minimo” (ma solo nel nome). Ognuno con la propria identità particolare ma con un progetto comune.
Che si concentri sulla convinzione che abbia ancora un senso parlare di rappresentanza degli interessi di classe, nella complessità che caratterizza oggi questa categoria.
Che sostenga soluzioni di redistribuzione, protezione sociale e crescita concrete ed esigibili nella crisi.
Che si confronti con quanto si muove nelle CGIL e con la chiara necessità del sindacato di avere appoggio politico alle sue rivendicazioni più avanzate.
Per poter lanciare una sfida vera al campo progressista sui contenuti.
Un lavoro che richiede costanza, che deve tornare ad investire ed avere una dimensione strategica.
Che deve avere gambe nelle nuove generazioni, a partire dalla mia. Chi mi ha ascoltato nelle tante assemblee della FGCI me lo ha sentito ripetere in continuazione: “dobbiamo iniziare a prenderci sul serio.”
È un percorso difficile, di cui modalità, forme e parole vanno trovate (cosa per la quale non sono certo suffciente io come nessun altro da solo), per il quale noi stessi dobbiamo rinnovarci e depuarci da vecchie abitudini e metodologie, ma che potrebbe attingere ancora ad un grande patrimonio di capacità, competenze e realtà politiche di territorio e di movimento.
Io non faccio “il politico”, io ho scelto di lottare per l’uguaglianza, non è una cosa da cui ci si dimette (non è mica il papato…), per cui continuerò in ogni caso a fare politica.
Mi sentirei molto più tranquillo però nel poterla fare assieme a tanti altri in questa direzione.

PS. se qualcuno invece volesse continaure a raschiare il fondo… una richiesta personale, vi prego, dopo Il Quarto Stato fermatevi! Evitate di compromettere le icone della sinistra. Mi sono rimasti a malapena il volto di Che Guevara e il soldato sovietico sul reichstag…

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16 thoughts on “Sinistra: è suonata la sveglia

  1. Caro Alessandro,
    Ho letto con attenzione il tuo scritto, ma purtroppo devo dire che – a parte qualche spunto di analisi – non sono d’accordo con quasi nulla di ciò che scrivi. Ma andiamo in ordine.
    Per prima cosa c’è un punto metodologico (che non riguarda tanto te, ma la quasi totalità di chi produce – nelle organizzazioni – analisi post-voto): penso che nel 2013 le analisi post-voto compiute e tendenti ad un “che fare?” (leninista o meno che sia) debbano necessariamente essere precedute da un’analisi pre-voto; altrimenti – nella mente degli smaliziati – sembra (anche quando non lo fosse) colliquiarsi in una serie di esercizi di retorica eristica nei quali, ammessi i dati elettorali numerici ed oggettivi, la bravura sta nel giustificare cosa si propone di fare.
    Poi o diciamo che il dato elettorale è ininfluente sul “che fare?” organizzativo (ed allora il commento è futile) oppure dobbiamo dire che se il risultato fosse stato diametralmente opposto a quello che è stato anche il “che fare?” sarebbe opposto: cioè se Rivoluzione Civile avesse preso un fottìo di voti allora i partiti avrebbero fatto bene a praticare la “torsione identitaria” che paventi tu. Cosa che mi pare senza senso. Ma magari ce l’ha e allora ti prego di spiegarmelo. Per ora in buona sostanza mi pare che – dal punto di vista logico – tu stia sostenendo che la “torsione identitaria” sia sbagliata sempre e comunque, a prescindere dal voto, però così non si capisce cosa c’entrino le elezioni.

    Dal punto di vista dell’analisi generale trovo assai prematuro descrivere il panorama politico italiano come già tripolare (anche se questa è senz’altro una possibilità tutt’altro che remota), la situazione a me pare assolutamente fluida, piena di esplosioni e bolle di sapone (come si configurerà la «rivolta» degli n-mila grillini per l’accordo col PD? Una rottura? Una puntura di zanzara?) e in questa situazione – specie a sinistra – rischiano di affermarsi i «chiromanti» che tentano di prevedere l’imprevedibile sperando che la buona sorte (e la statistica, questi individui sono infatti moltissimi) li assista. Da notare che i «chiromanti» (non tu, Alessandro, che fai al contrario proposte) che predicono il futuro della sinistra possono essere chiamati «negromanti» visto lo stato di morte sostanziale della sinistra anticapitalista. Non cogliere la grande confusione che alberga sotto il cielo (posso ancora citare Mao?) sarebbe il nostro ennesimo errore.
    Su quest’ultimo aggettivo vorrei spendere poche righe: nel tuo post (1967 parole, 12734 caratteri) il vocabolo “anticapitalista” non appare mai, tanto meno applicato al lemma “sinistra”. E non sto accusando te di questo e non voglio fare a gara di trovare le «parole d’oro» che mancano nei discorsi degli altri: quello che sto dicendo è di ragionare sul costo dell’operazione anti-identitaria che, sebbene sottotraccia, proponi tu. Dal “comunismo” si passa alla “sinistra” senza aggettivi. Direttamente. Saltando a piè pari concetti come “sinistra anticapitalista” e persino “socialismo”. E ogni volta usiamo come termine che descriva il perimetro della nostra azione un qualcosa che sta (e significativamente) più a destra del giro precedente.
    Scrivi invece giustamente che “si è pensato, in assenza di una proposta politica forte, di prendere il consenso con blitz dell’ultimo minuto, trovate elettorali (…)”. Su questo – come sai – sono assolutamente d’accordo con te. Mi pare però che la tua critica di fondo al processo (in sé anche giusta) soffra della stessa angustia temporale: c’è infatti nella sinistra (vera o radicale che dir si voglia) l’atavica tendenza a vedere – ed a fare autocritica su – gli errori fatti ieri, considerando inutile vedere gli orrori di cui siamo stati colpevoli l’altro ieri. Il problema di base è il pragmatismo (che è intrinsecamente di destra): è inutile ammettere un errore se non si può fare più nulla a riguardo. È sbagliatissimo! Se non ammettiamo gli errori – anche atavici – che abbiamo fatto non riusciremo a fare un’analisi adeguata della realtà e ci schianteremo ancora.
    Il rischio (ferale) è l’hegelismo di fondo che nella sinistra italiana del dopo-prima-repubblica prende il nome di “dalemismo”: gli italiani sono come sono (secondo D’Alema intrinsecamente di destra) e la loro testa rimarrà esattamente com’è ora nei secoli dei secoli. Amen. Si tratta sempre e solo di gestire l’esistente. Gestendolo però bene ed usando una josa di aggettivi ed espressioni buoniste e più o meno politically correct come “vero”, “dal basso”, “autentico”, “speranza”, “non solo… ma anche…” ed altre simili vaccate vacue.
    Il tuo motto “idee radicali, politiche reali” va secondo me posto in dubbio: fino a che punto l’incapacità di produrre od anche solo «auspicare realisticamente» “politiche reali” può spostare a destra le “idee radicali” affinché non si abbia lo scollamento fra le une e le altre che tu tanto paventi? È un problema che mi pongo e al quale penso spesso.
    La tua proposta mi pare essenzialmente racchiusa in queste righe:
    “Chi è disponibile invece a cominciare a prendersi sul serio e a caricarsi della responsabilità, vera, della sopravvivenza delle istanze di progresso, dovrebbe riconoscersi e ritrovarsi, oltre i vecchi steccati, attorno ad un programma “minimo” (ma solo nel nome). Ognuno con la propria identità particolare ma con un progetto comune.”
    Devo dire che mi pare quasi indistinguibile da quanto si diceva prima della nascita Rivoluzione Civile e persino prima della sciagurata creazione della Sinistra Arcobaleno (formazione che – devo ammettere – mi irritò assai di più di Ingroia). Se non per il fatto che i soggetti appena citati non si «prendevano abbastanza sul serio», non si erano assunti responsabilità «vere», etc… ma – come vedi – si rischia di cadere in un batter d’occhio nelle parole vuote di cui sopra sempre, ispirate alle dicotomie puerili di bello/brutto, buono/cattivo? Chi dice di scegliere il brutto e il cattivo? Nemmeno Sergio Leone.
    A proposito di dicotomie, la diade sistema/antisistema di cui scrivi tu è viva da almeno 2100 anni: di questo venivano accusati i Gracchi nel 2° secolo a.C.. E la critica all’attualità della divisione destra-sinistra è della fine del ’700 e fu una visione dominante negli ultimi anni dell’assolutismo francese finché, nel 1789, come tutti sappiamo, la sinistra (secondo alcuni ormai già anacronistica) ghigliottinò Luigi XVI e Maria Antionietta e diede fuoco alla Bastiglia illuminando l’Europa. In questo momento storico la dicotomia sistema/antisistema è ovviamente consistente perché la parola “sistema” si può tradurre (per chi ha un minimo di cultura politica) con l’espressione “fiscal compact”.
    Il problema è che noi prendiamo (giustamente) come modelli di «attualità» chi l’attualità l’ha imposta, ma noi non vogliamo capire come hanno fatto, vogliamo solo copiarli in quello che fanno. Mi spiego: Grillo ha trovato un’Italia bipolare, non gli piaceva e ne ha fatta una «tripolare»; pensiamo a nomi come “Psiconano”, “Gargamella” (chiccazzo guarda più i puffi? Non di certo i bambini. Denota uno spirito più vintage degli Offlaga Disco Pax) o “Rigor Montis” (chiccazzo usa l’espressione “rigor mortis”? A momenti neanche a medicina legale). Non sono espressioni «furbette», di per sé di moda, le ha tirate fuori da zero o quasi Beppe Grillo e le ha imposte al paese. Non ha copiato. Ha inventato pensando fuori dagli schemi e ha fatto cappotto. Punto.
    La cosa più triste è che il giorno che Grillo è riuscito a pensare «fuori dal sistema» (circa 20 anni fa) si è palesemente sentito come Paolo di Tarso fulminato sulla via di Damasco e si è immolato anima e corpo alla causa delle stronzate furibonde che di volta in volta pensa (e che a volte fanno inversioni di 180°, pensate ai computer o alle preferenze nel sistema elettorale), noi comunisti, che siamo sempre stati capaci di farlo, ora manca poco che ce ne vergognamo, abbiamo paura di cagare fuori dal vaso (Grillo invece ne è fiero) e vogliamo a tutti i costi trovare qualcuno che condivida anche solo una “minima” parte del nostro programma quasi a conferma del fatto che stiamo chiedendo cose plausibili e non «anacronistiche». Il tutto – si badi bene – mantenendo la nostra identità, senza mai esercitarla. La cosa sembra impossibile e noi abbiamo fallito miseramente obiettivi assai più facili.
    Noi pensiamo di fare un bel corso all’ARCI in “giustificazione dell’esistente” e in “intercettazione dei luoghi comuni degli italiani” e di tornare così a surfare nelle cabine elettorali. È il contrario.
    Il «nuovo» lascia un ruolo attivo solo a chi lo inventa, a chi lo produce questo «nuovo», agli altri è riservata solo la stessa passività di chi compra l’iPhone5 o il MacBook Air.
    Poi possiamo fare a meno della nostra identità e possiamo rinunciare anche alla parola “comunista” se è vitale, purché resti il concetto di abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Se facessimo questo vedremo ovviamente che il problema non sono le parole che identificano un’identità (scusate l’espressione tautologica), ma è – guarda caso – il nucleo stesso della questione.

    Non penso che Rifondazione Comunista abbia dato adito al dubbio di essere pro-sistema: abbiamo scarse, anche se ahimé ancora presenti, nostalgie di figure come Palmiro Togliatti ed una visione che tende ad superamento delle istituzioni e non all’internità in esse, cosa che ci è stata costantemente rimproverata. Ma penso che il problema principale sia un altro anche per il PdCI: veniamo accusati soprattutto di essere impotenti, ma preferiamo rispondere ad altre accuse. Ci chiedono di che colore abbiamo le scarpe e rispondiamo 44.
    Il punto reale è sempre Gramsci. Probabilmente non è granché di moda oggi come oggi. Scriveva un po’ difficile. Ma per i greci fu di moda, nel periodo ellenistico, pensare che la terra fosse tonda, poi tornò l’idea aristotelica che fosse piatta. [Lascio stare Keplero che so causarti reazioni inconsulte.] Siamo sempre alla battaglia delle idee. L’abbiamo combattuta assai bene per molto tempo, ma poi abbiamo smesso di combatterla per concentrarci su questioni “concrete” e l’abbiamo persa. Ed ora come la volpe e l’uva (ed io me ne intendo abbastanza di entrambe) pensiamo che possiamo prescinderne. Stronzate. La gggente (con 3 o + “g”) non ne parla, ma non parla neanche del fiscal compact.
    Il lavoro che dobbiamo – caro Alessandro – è sì lungo, come dici tu e molto più di quanto dici tu. E si fa nelle piazze, per strada, di fronte alle fabbriche in crisi, alle cooperative della logistica, ai call centre, etc. Non penso ci sia molto altro. Non ha senso ripartire dall’esistente (cioè da chi ha già un po’ di coscienza politica); penso che se ci fosse un computer abbastanza grosso potrebbe dimostrare con le carte che abbiamo in mano e con le regole vigenti del tressette italiano (e globale) vincere è per noi impossibile. Bisogna fottercene delle regole e procurarci nuove carte. Cioè andare per strada e cambiare la testa della gente. Il +5% di astensione può essere un punto di partenza o il boom di schede bianche che c’era stato cinque anni fa. Ma anche altre cose.
    Il mettere insieme l’esistente e vedere come va (anche con i processi più partecipati e fighetti possibile) pare funzionare esclusivamente in America Latina, ma probabilmente è per via della diversa qualità dell’«esistente» che c’è lì.
    A noi, ripeto, non resta che tornare, come cinque anni fa – dopo la precedente sconfitta – diceva il tuo Segretario di allora ed anche attuale, alla battaglia delle idee che abbiamo interrotto. Ci aspettano vent’anni di fatica? Forse venti sono pochi. Ma se non iniziamo subito ce ne vorranno di più.

    Ciao
    Fox

    P.S. Ti chiedo scusa per aver utilizzato il tuo post come spunto (polemico) per le mie considerazioni sul voto. Cosa che avevo poca voglia di iniziare a buttar giù. Il vantaggio è che ho trascurato di trattare analiticamente l’atteggiamento del tuo Partito nell’ultimo anno di fronte alla prospettiva elettorale: 10 deputati dal PD, poi 3 da SEL, poi 1 da SEL… poi le battute su internet sul prezzo della benzina e quello di Diliberto :)…

    • Ciao Fox. Per fortuna sono riuscito ad arrivare fino in fondo al tuo corposo contributo, viste le dimensioni mi sono sentito in dovere.
      Puntualizzo solamente su alcuni passaggi.
      L’analisi pre-voto l’ho fatta abbondantemente negli organismi dirigenti, sul web sono stato più contenuto per disciplina e per la delicatezza della situazione nel mio partito; proprio perché le mie opinioni su RIvoluzione Civile e la sua sorte erano tanto nette quanto quelle nell’analisi post-voto. Ma su questo mi rendo conto che senza controprove bisogna fare a fidarsi e non approfondisco.

      Su tutto il discorso riguardo alle torsioni identitarie, che tacci di scarsa logica, mi pare che complichi molto delle cose relativamente semplici.
      Se Rivoluzione Civile avesse preso un sacco di voti (posto che non è successo, e quindi ha poco senso proprio parlarne), perché dovrebbe voler dire che la reazione alla sconfitta di ripiegamento identitario sarebbe stata giusta? Al contrario, tutti avrebbero cavalcato un progetto vincente e sarebbe stata una reazione giusta. (Per quanto mi riguarda sarebbero rimasti i problemi di cultura politica, ma è un altro discorso).
      Ma non è successo (e non poteva succedere). E la torsione identitaria, così come è stata per la sinistra arcobaleno, servirà 1) A rassicurare una parte di corpo militante, sempre più esigua, che cerca stabilità sul piano emotivo. 2) A salvare sul medio periodo la solita classe dirigente che ha fallito, che sarà l’unico appiglio in un racconto della realtà in cui tutto è male assoluto, quindi non ci sono mali particolari, e le colpe sono di tutti e nessuno, o semmai del PD o di qualche fantomatico nemico interno.
      I partiti, singolarmente, erano esauriti PRIMA della lista ingroia, e infatti si sono dovuti inventare la lista ingroia per sperare in una proiezione elettorale (fatta con i soldi dell’IDV e la somma dei militanti di pdci e prc).

      Se l’asse sistema-antisistma (io ho detto establishment a ragion veduta però, perché il conetto di antisistema in politica è una cosa precisa e secondo me non è proprio del voto di opinione grilino) c’era al tempo dei gracchi è un tema che non affronto proprio. È ovvio che è una cosa che esiste nei fenomeni sociali, altrimenti non poteva saltare fuori oggi.
      Io dico che rispetto al recente passato in la maggior parte dell’elettorato si regolava secondo uno schema destra – sinistra, con tutte le interferenze del caso, il 24 e 25 febbraio è entrata una dinamica che prima non c’era.
      E che tuttavia non annulla le differenze tra PD-SEL e Berlusconi, però chi ha votato grillo si è regolato secondo quell’asse e – che le abbia viste o meno – non le ha ritenute rilevanti per se.

      La ricetta per il futuro nel mio pezzo non c’è. Io do alcune coordinate su ciò a cui sarei disposto a contribuire.
      Per le ricette precise è presto, e infatti non mi pare che (a parte i telegrami minimali delle ex segreterie degli ex partiti) lo scenario pulluli di gente che propone modalità particolari.

      Non cito mai il termine anti-capitalista (a parte che è un termine che dopo anni di uso improprio e ipocrita ormai fa ridere) proprio perchè tra le poche coordinate future che propongo c’è il rifiuto delle operazioni minoritarie e parziali.
      La mia soluzione sicuramente NON è quella di portare energie in uscita dai vecchi partiti per riproporre una versione della FDS in sedicesimi in cui la componente di rinnovmanto si riduce nell’impegnarsi di più.
      Perché è una impresa che non ha alcuna speranza di mettersi in rapporto dialettico con il popolo italiano.

  2. capisco.
    Il mio commento iniziale diceva: “secondo te se RivCiv avesse vinto l’approccio identitario sarebbe stato assurdo, visto che RivCiv ha perso l’approccio identitario è sbagliato. Cioè l’approccio indentitario è sempre sbagliato e le elezioni non c’entrano niente.” Il voto pare che per te in questa fase non serva quindi ad orientare l’operato politico. Su questa cosa potrei essere d’accordo con te, ma non sono sicuro di avere capito come la pensi.
    In realtà – ma, ripeto, non so se ho capito quanto hai scritto – si può dire anche il contrario. Siamo andati ad asfaltare le identità con la Sinistra Arcobaleno e ci è andata di merda, siamo tornati a fare un accrocchio con Rivoluzione Civile e ci è andata ancora più di merda, e la tua ricetta (o la tua disponibilità a fare) è quella di tentare la costituzione di un altro nuovo soggetto politico (ovviamente innovativo e “dal basso”, intercettando “i giovani e le loro esigenze” e la “società vera”, come d’altra parte s’è detto ogni volta). Ma stavolta lo si farà “bene” e quindi riuscirà. Mah…
    Sulla dicotomia establishment-antisistema, l’establishment contiene il fiscal compact e il pareggio di bilancio in Costituzione e quindi è intrinsecamente di destra, e questo complica assai l’analisi. Non sono sicuro che stiamo realmente riuscendo a coglierne le coordinate. Forse è meglio parlare dei Gracchi.
    Su quanto scrivi nella risposta ovviamente sono assai contrario, ma spero si capisse dal mio primo intervento: l’anticapitalismo (parola logora come comunismo, sinistra, umanità, democrazia, etc.) viene da te rifiutato – dici – perché ti consegnerebbe ad una ruolo di eterna minoranza. Io penso che se si accetta questo possiamo andare a casa. Se si accetta che l’anticapitalismo non sia più un discrimine cessa il senso stesso di fare politica per un comunista. Per definizione.
    Tu enunci la presenza effettiva e duratura del tripolarismo (cosa che – come ho scritto – ritengo prematura) dando a Grillo l’importanza che ha e forse anche di più, poi però torni a pensare alla gestione dell’esistente: “se ci sono poche persone disposte a discutere sull’anticapitalismo allora non discuto di anticapitalismo, se no sono tagliato fuori”. Grillo non ha fatto così, non ha dato per assodato e quasi immutabile l’esistente. Ha fatto altro. E ha stravinto.

  3. Scusa fox, non ho capito: cosa c’è di sbagliato in quello che propone Alessandro? Tu in sostanza dici di andare davanti le fabbriche, le scuole ecc e di parlare con la gente e così cambiare la testa alle persone, ma non è forse la modalità che si era scelta con la FdS?Non è forse necessario un passo ulteriore che licenzi (letteralmente anche) la classe dirigente che ha portato alla morte la sinistra e con essa 20anni di pratiche che oggi sono inefficaci?
    E parallelamente dare spazio a teste nuove (per forza giovani) che sappiano dare una lettura più dinamica della società; se per farlo dobbiamo riscrivere parte del nostro vocabolario va bene: non è essere traditori, è cercare di comunicare alle persone. Se il dato di partenza è che a nessuno importa della sinistra questo è dovuto anche all’inadeguatezza della nostra comunicazione.
    io credo che spingere la Sinistra verso un cambio generazionale sia la strada da percorrere, per rinnovarne i contenuti, le pratiche e l’incidenza nei territori.
    E sono altrettanto convinto che per farlo non si debba ripartire da (arcobaleni, riv.civ. pdci prc pcl) ma si debba costruire partendo dalle idee.

  4. Caro Sebastiano,
    non penso che IL problema della Sinistra italiana sia la questione generazionale, né quella di genere e nemmeno la pochezza e la litigiosità dei ceti dirigenti. Penso che queste considerazione siano consolatorie: basta svecchiarsi, basta avere (od ancor peggio “candidare”) più donne, basta smettere d litigare, etc… Ma non veniamo accusati di questo, veniamo accusati di essere impotenti! Lo so che ci piacerebbe ricevere altre critiche, ma invece ci accusano proprio di non contare un cazzo.
    Ora, Alessandro mi sembra conscio di ciò e conseguentemente propone, tra le altre cose (quasi come prerequisito), di mettere da parte l’anticapitalismo che non ci consentirebbe di instaurare un rapporto dialettico con gli italiani. Ma il nostro fine non è avere rapporto dialettico con gli italiani. Il fine dei comunisti è abolire la proprietà privata dei  mezzi di produzione. Questo è quanto. Punto.
    O uno dice: “ok, mi sono sbagliato: il capitalismo è buono o comunque non abbattibile”, oppure uno non può razionalmente celare, nascondere le proprie intime intenzioni e tentare così di mettere in piedi una dialettica “fasulla” con la gggente. Sarebbe come rivolgere la parola ad uno sconosciuto in treno parlando del tempo atmosferico per ingannare un po’ la solitudine e la noia e poi dire chiamare questa cosa “rapporti umani”. [Ricordo che il comunismo è un'opzione collettiva, non individuale. Dire, come fa qualcuno: "ma io, di mio, sarò sempre comunista" è un'altra affermazione esclusivamente consolatoria.]
    Hai ragione tu bisogna ripartire dalle idee e non dalle persone. Bisognerebbe farlo sempre (sono sempre stato in minoranza a dirlo). Ma quali idee?
    Bada che non sono assolutamente contrario ad un cambio generazionale delle facce della classe dirigente dei partiti. Penso solo che non sia questo il problema principale. E penso che voler risolvere questo (che è secondario) immediatamente ci aiuterebbe a tirare a campare ed a non risolvere i problemi veri, che sono -ahimè- assai  più difficili da risolvere.
    Engels diceva che il comunismo è una bandiera piantata sulla testa della gente. Penso si debba ambire a cambiare la testa della gente, non tentare la gestione del “così com’è”. Anche perché non abbiamo alternativa. A meno di non abbassare di molto la nostra asticella, ma abbassa abbassa abbassa alla fine trovi Grillo.

  5. Faccio presente che il PCI in Italia ha sempre portato avanti il suo lavoro, del tutto consistente, in rapporto dialettico sia con il pensiero comune che con il sistema economico vigente.
    Tenendo ferma la contrarietà al sistema capitalistico ma trovando il modo di operare cambiamenti in senso socialista.
    Altri, che consideravano per questo il PCI “non comunista”, hanno difeso una irriducibilità dottrinaria aspettando che le condizioni oggettive consentissero di abolire la proprietà privata. Gli esiti appartengono all’ovvio.
    Ora si può legittimamente dire di non ritenere il PCI comunista, ma credo resti il tema di una complessità della definizione, che varia a seconda dei paesi, delle epoche e di tanti altri fattori.
    Ancora di più oggi, dove quasi persino la memoria dell’Italia del PCi e della sinistra extraparlamentare sta svanendo, io non me la sento di essere categorico nel dare etichette di comunismo. Sicuramente io credo sia una definizione che è obbligata ad essere in rapporto dialettico con la società, con il paese in cui si cala.
    Marx per primo ha sempre rifiutato un approccio dottrinario.
    La definizione di anticapitalismo cosa implica? Le politiche del PRC (che in alcune giunte ha amministrato con l’UDC) è anticapitalista? Basta non fare alleanze alle politiche per tornare ad esserlo?
    Lo è se la dichiariamo tale nel rapporto con la cittadinanza?
    Mi pare tutto già visto. Mi pare che sia semplicemente una costruzione teorica attorno ad un vecchio schema, vera e propria idiosincrasia della sinistra “radicale” fin dagli anni 90: mai col centro-sinistra o sempre col centro-sinistra.
    Io non affronto in alcun modo il termine “anticapitalista”, ripeto mi pare risibile oggi in cui anche i partiti che si professano tali hanno ben poco di anticapitalista.
    Io registro la sconfitta sia della classe dirigente che del metodo di lavoro dei partiti “anticapitalisti” in Italia e mi chiedo in che modo dare una sponda politica a quelle istanze che nella società non sono per nulla minoritarie e che hanno ancora a che fare con la contraddizione capitale-lavoro.
    La continuità di reddito, l’occupazione, i diritti sindacali, l’equità nella tassazione, lo stato sociale: cose che sono pesanti nel quotidiano, percepite (qualsiasi sondaggio sulle priorità degli italiani, quando ancora venivano diffusi, in piena tempesta mediatica anti-immigrati continuava a mettere in testa lavoro e precarietà).
    Quando invece incontrano la politica si sfarinano, si sparpagliano tra diverse scelte o vanno in secondo piano rispetto ad altri criteri (l’antipolitica, “le tasse”, la sicurezza ecc…).
    Io mi chiedo, senza avere ancora una soluzione chiara e che mi convinca, come fare a rimettersi in rapporto dialettico con tutto ciò. a partire dalla mia cultura di marxista (cioè tenendo fermo il conflitto capitale-lavoro, il fatto che non “siamo tutti sulla stessa barca” ecc…).
    Questa domanda se la sta facendo la ex “sinistra anticapitalista” come larghi settori di centro-sinistra.

  6. Caro Alessandro,
    non capisco bene cosa sia l'”irrudicibilità dottrinaria”, a quanto ne so io vorrebbe dire che un dato concetto non è riducibile all’interno di una dottrina o di un sistema filosofico. Immagino che tu intenda invece “gli irriducidili della dottrina marxista-leninista”, rigidi epuratori amanti dei gulag contro il pacioso Occhetto (Paperello lo chiamava Rocco Smitherson-Guzzanti, illo tempore) e l’allegra brigata dei “quarantenni”. Comunque Ingrao non mi sembrava granché dottrinario, se nella dottrina vuoi metterci anche Lenin. E Garavini meno che mai. (Ma non sono io di Rifondazione e tu del PdCI?!) Ma anche queste sono cose giurassiche, vecchie ormai quanto quei Gracchi che ti indispongono.
    Il punto è invece, se vuoi, ancora più vecchio (Socrate: ti es ti?): Che cosa vuol dire dottrina? Che cosa vuol dire Anticapitalismo? Non serve un’inchiesta (o una coricerca), e nemmeno una reinvenzione: basta un dizionario. A forza di ridefinire (al ribasso) il concetto di sinistra la gente poi vota Grillo. O “l’originale” di turno, uno nuovo nuovo bello fresco. Non un ex comunista.
    Comunque qua non si tratta di dottrina nel senso pomposo del termine, qua si tratta che se io penso che l’anticapitalismo sia la base di ogni cosa (finché c’è il capitalismo vigente) non posso prendere per il culo la gente facendo finta di pensarla diversamente. Il fatto che il capitalismo vada abbattuto o no è una cosa che ha logicamente poco a che fare con l’impressione (mia o tua) che ciò possa metterti o meno in rapporto dialettico con gli italiani. Se sei in corriera con gli eskimesi a -10 gradi avrai freddo, potrai non dirlo per bon ton, ma avrai freddo. Porre un freno alle emissioni di CO2 di USA e Cina non pare per ora assolutamente fattibile, né instaurare con loro un rapporto realmente dialettico a riguardo. Quindi – seguendo il tuo ragionamento – bisognerebbe lasciar perdere l’obiettivo di ridurre l’emissione di gas serra e concentrarsi su altro, e quasi non dire che stanno avvelenando il pianeta (sennò addio miraggio del “rapporto dialettico”)?

    Quindi il punto è sempre sempre lo stesso: bisogna abbattere il capitalismo o no?
    Sai, il comunismo è vecchio, ma la la sinistra è ancora più vecchia, la democrazia poi ha 2500 anni, l’uomo 60000, e la vita due miliardi. Vecchio non significa niente. E’ una parola vuota.
    Per me Marx puoi chiamarlo Ciccio e il Comunismo puoi chiamarlo Buriccio: il punto sono i fatti. Ed ovviamente ti ho già detto che il fatto è il superamento della proprietà privata dei mezzi produzione. Punto. Molto semplice.
    Ma com’è che non siamo in grado di fare cose così “semplici”? Se non ci riusciamo o vuol dire che noi siamo una manica di coglioni o vuol dire che le cose sono più complesse (come l’oscuro “rapporto dialettico” da recuperare con italiani di cui scrivi tu).
    Per prima cosa la semplicità è solo concettuale: la difficoltà sta nella prassi, ma questo lo dicevano già Carletto e Federico. Poi non è che se io e te non siamo (stati) in grado di fare una cosa, questa cosa è impossibile. Affermarlo sarebbe un po’ superbo da parte nostra, non pensi?
    Scrivi poi “rimettersi in rapporto dialettico con tutto ciò” (cioè con la continuità del reddito, i diritti sociali, etc.) “partendo” da una cultura marxista, ma TENENDO FERME alcune cose quali “non siamo tutti nella stessa barca” (=coscienza di classe?) ed il conflitto capitale-lavoro. Cito di nuovo: il “CONFLITTO capitale-lavoro”, non la “contraddizione” capitale-lavoro. Beh, ma per tutti i marxisti d’ogni tempo e luogo il conflitto capitale-lavoro tende all’abbattimento del capitalismo (ovviamente tramite l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione). Ma allora, cos’è che salvi di Ciccio Buriccio (cioè di Marx e del Comunismo) esattamente? Spero non solo il punto di partenza perché la strada sarà lunga. Cos’è di preciso che proponi di TENERE FERMO?

    ciao,

    Fox

  7. A me sembra che qui ci si diverta tanto con le parole e con la retorica, ma secondo me con la retorica fai pure qualche affondo all’avversario, ma non incidi sulle sorti del mondo.
    Ma praticamente, quello che rifondazione e la sinistra in generale dovrebbe fare cosa sarebbe?
    Hai scritto qualche commento sopra che si deve andare fuori dai luoghi di lavoro e cambiare la testa alle persone. E’ questa la via? Lo fai spiegando che si deve abbattere la proprietà privata ai cassaintegrati che hanno trovato una risposta in grillo? Lo fai cercando di interloquire con le altre forze più o meno organizzate alla sinistra del pd? meglio di no perchè si sono in qualche modo macchiate di un peccato?
    Una coppia di miei amici hanno votato grillo, e sono contenti perchè sta mandando tutti a casa, non frega nulla della non democrazia del m5s, e sono altrettanto contenti dell’amministrazione leghista che permette loro di farsi l’ampliamento alla casa e farsi un loro appartamento: con una coppia del genere la sinistra cosa dovrebbe fare?

  8. Io starei un po’ al concreto.
    Irriducibilità dottrinaria… tu ci leggi proprio un sacco di roba in queste due parole: vuol dire quello che ho scritto ovvero, mettiamola in parabola, che se tu vai fuori dalle fabbriche (diciamo per schematizzare, visto che ci sono lavoratori che fanno anche altro) e vedi che agli slogan dell’abbattimento del capitalismo gli operai 99/100 rispondono con una scrollata di spalle (ad esser buoni), perché parlano proprio un’altra lingua, tu invece di prenderne atto ti ritiri nei tuoi confini e continui a predicare. Perché o ottieni la collettivizzazione dei mezzi di produzione oppure non sei comunista. Però quel comunismo non è più un metodo di lavoro per cambiare le cose ma appunto una dottrina.
    Più facile magari da predicare, mettendola sulla sofistica, ma piuttosto disarmata.

    E la parte maggioritaria della sinistra non è mai stata così in Italia, e nemmeno i comunisti. E non parlo solo del PCI ma pure della rifondazione del 2001, per me oltremodo indigesta (proprio da posizioni più ideologiche), che alla società in fermento da Genova al movimento per la pace non andava a parlare solo di collettivizzazione dei mezzi di produzione (perché altrimenti non sarebbe stata comunista).ma si inventava ogni giorno un modo nuovo inserirsi nel tessuto sociale (con un sacco di difetti che non ho mai sopportato, ma tra questi non c’era il settarismo).
    Così come non ha mai rifiutato di amministrare comuni e regioni in coalizione con forze moderate e altre persino anticomuniste.

    Io tengo fermo il marxismo, tutto, e cerco di capire come renderlo uno strumento utile per trasformazioni che vadano in quel senso.
    Perché prendo atto che in Italia, in questo tempo, non è ottenibile il cambio radicale di sistema economico.
    Ora, si può risolvere il contrasto tra me che lo voglio e la realtà che non me lo permette facendo il “prete rosso”, rinchiudendomi in contenitori sempre più piccoli e sempre meno in sintonia con quelli che chiamiamo classe operaia, oppure si può tentare di fare qualcosa mantenendo ambiti di elaborazione comunista, un metodo di lavoro marxista e operare in rapporto dialettico con il popolo italiano e con il sistema sociale.

    Perché guarda, anche se in futuro ci potranno essere condizioni per una trasformazione più radicale della società, non c’è verso che sia come piace a noi se non siamo in sintonia anche con quella coppia di cui parla Sebastiano qui sopra.

    E tutta la storia della sinistra in questo paese ci ha dimostrato che il futuro di formazioni piccole e radicali, indisponibili a mettersi in relazione con altre su fronti programmatici, è di restare formazioni piccole e radicali.
    E di scomparire al cambio di fase, seminando in giro qualche reduce e qualche ultimo dei mohicani. Come sta succedendo al pdci e al prc.

    Oltretutto mi sembrano cose piuttosto banali, e molto ripetute nell’eterno dibattito tra le “due sinistre”. Su questo non ho mai cambiato opinione da quando ho iniziato a fare politica.

    La domanda che ho posto io nell’articolo è: posto che la sinistra radicale non c’è più e quella nel centro-sinistra è continuamente messa in subalternità, è possibile superare le incrostazioni legati ai gruppi dirigenti e (se fossimo fubri pure per gli interessi di ciascuno) unirci sulla base di un programma minimo comune? Di istanze materiali ed esigibili (continuità di reddito, interventi statali in economia, welfare, equità fiscale, finanziamento a istruzione e ricerca) su cui ricostruire intanto una connessione tra la sinistra e il suo popolo?

  9. Quanta confusione! Mettiamo un po’ d’ordine. Tu scrivi (attribuendolo a me):
    “Perché o ottieni la collettivizzazione dei mezzi di produzione oppure non sei comunista”.
    Il che equivale a dire che Gramsci, non avendo mai ottenuto in vita la collettivizzazione dei mezzi di produzione, non era comunista. Ma veramente pensi che io potrei mai affermare una puttanata del genere? È evidentemente una boiata senza senso, che quasi mi umilia star qui a negare. “Lottare per” è importante per essere un comunista. Dall’altra parte ci sono le categorie di “vincente” (=ottenere) e “perdente” (=non ottenere) che riguardano solo il modo di pensare dei padroni e dei loro servi tristi.

    Poi:
    “quel comunismo non è più un metodo di lavoro per cambiare le cose ma appunto una dottrina”
    Ma non è mai stato una dottrina… e nemmeno un metodo! Forse ti devo ricordare che il comunismo è “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti” (non un «metodo», una tecnica pittorica da comporre con altre)? Si può fare? O vuoi tenere il marxismo (tutto, per carità…) senza che si possa mai ricordarne a voce alta la definizione?
    Le definizioni sono aride soprattutto quando vogliamo mantenere il nome buttandone via il contenuto. In Portogallo il Partito Socialdemocratico è quello di centrodestra: questo è quello che succede quando il linguaggio va in vacanza (si può citare almeno Wittengstein o è troppo vecchio? Troppo difficile? Troppo sconosciuto?). E non esistono realmente significati profondi e significati superficiali. Esistono solo significati. E di solito si trovano nello Zingarelli.

    E ancora:
    “E tutta la storia della sinistra in questo paese ci ha dimostrato che il futuro di formazioni piccole e radicali, indisponibili a mettersi in relazione con altre su fronti programmatici, è di restare formazioni piccole e radicali.”
    Non mi pare sia stata esattamente la storia del PCdI di Gramsci questa. Vedi, i tempi ormai sono così rapidi che ieri, l’altro ieri e 100 anni fa sono dei passati egualmente remoti nella testa della gggente. (Il vago ricordo del PCI che esiste ormai solo nei film di Peppone e Don Camillo.)
    Ma vogliamo parlare del Movimento 5 Stelle?! Ah, già: è una regola che vale solo per la SINISTRA-SINISTRA (alla faccia del settarismo)!
    Io invece penso al contrario che sia ora di ridimensionare l’aspetto programmatico come base delle alleanze e della costruzione di nuovi soggetti politici, visto anche che ultimamente governare non è mai stato il nostro obiettivo immediato (e pensarla diversamente sarebbe stato da ricovero in psichiatria). Non è un’arma a doppio taglio fare un’alleanza con dei tizi che oggi vogliono quello che vuoi anche tu, ma per motivi assai diversi? Non è una cosa organicamente di breve respiro e destinata a naufragare in divergenze e nuove scissioni non appena cambieranno minimamente le contingenze? Non puzza ormai di politicismo quanto il cadaveri di cui parla Grillo? Non è il caso di costruire una cosa diversa da ciò che è stato negli ultimi 70 anni?

    Ma soprattutto:
    “che se tu vai fuori dalle fabbriche (diciamo per schematizzare, visto che ci sono lavoratori che fanno anche altro) e vedi che agli slogan dell’abbattimento del capitalismo gli operai 99/100 rispondono con una scrollata di spalle (ad esser buoni)”
    Tralasciamo che qui da noi i lavoratori fanno soprattutto altro (anche se la distinzione operaio-lavoratore è assurda e incomprensibile, da sempre); ma tu credi veramente che ai tempi di Marx i lavoratori (quasi tutti analfabeti) non rispondessero con forti scrollate di spalle (per essere buonissimi)? Credi che nell’800 fossero tutti raffinati filosofi? Pensi che non parlassero “semplicemente un’altra lingua” rispetto a Marx? Non so se tu trovi una cosa semplice leggere Marx. Io no. E penso nemmeno i lavoratori a cui si rivolgeva lui lo leggessero tranquillamente seduti sulla tazza del cesso la mattina. Allora forse penserai che quella volta sarà stato un miracolo od una strana coincidenza astrale, ovviamente irripetibile. Ci mancherebbe altro.
    L’immaginario italiano è cattolico, ed i cristiani sono portati a ritenere verosimile che in un passato remoto fossero comuni miracoli, lunghi discorsi di Dio a voce alta, diluvi universali ed autentici profeti. Poi però è misteriosamente tutto finito ed ora queste sono cose «semplicemente inimmaginabili» per un «cattolico al passo coi tempi». Pensi veramente che sia così?
    Se Marx si fosse arreso davanti alle scrollate di spalle degli operai la storia dell’umanità forse sarebbe stata assai diversa. Peggiore.
    Altro portato è il “generaziocentrismo”, il sentirsi perennemente al centro di cambiamenti epocali, in cui le cose che valevano un tempo non valgono più. Tutto è perennemente nuovo ed incomparabile col passato, il futuro è inimmaginabile perché viviamo in un eterno presente. Questo ci fa sentire tanto speciali, ma è ovviamente una stronzata. Tutti in ogni tempo si sono sentiti al centro della storia, è un sentimento vecchissimo, ed è sempre stato falso.

    Usi il termine “rinchiudersi” (o affini) come un disco rotto, ma qui non si tratta di rinchiudersi, si tratta di capire che io, te, Sebastiano, Atalmi, Benvegnù, Sticazzi, non siamo speciali. Non siamo né meglio né peggio di nessun altro, e meno che mai dei lavoratori. Anche perché – penso e spero – siamo tutti noi dei lavoratori. E allora perché non dobbiamo immaginare di rapportarci alla pari con loro? E come? Ma semplicemente dicendo le nostra idee, dicendo cosa riteniamo giusto e cosa riteniamo sbagliato, né più né meno di come fanno tutti gli altri. Punto. Tu sembri invece guardare la “massa” dall’altro in basso, con aria quasi paternalistica tra la superiorità e l’alterità per cui NOI dobbiamo “entrare in rapporto dialettico” con i lavoratori. Ma perché ci sia un dialogo bisogna volerlo in due. Se lo vuoi tu da solo non basta. Non basta studiare etologicamente la gggente e vedere come “entrare in rapporto dialettico” con loro. Non sono cavie. E noi non siamo scienziati sadici. Alessandro: sei un soggetto alche tu (alla pari con gli altri) e non sei solo un mero tramite (politico) attraverso cui alcune persone possono esprimersi e tentare di pesare. E così anch’io. E tutti gli altri. Bisogna farsene una ragione.
    Tu pensi (anche eticamente) che il capitalismo debba essere abbattuto o no? Se l’operaio della De Longhi che ha votato Berlusconi lo pensasse, lo direbbe senza problemi (anche se magari in tal caso non avrebbe votato PdL). Non lo dice perché non lo pensa, non per altri astrusi motivi. Se tu lo pensi e non lo dici allora vuoi creare una dialettica falsa, non alla pari. E se invece non lo pensi allora non sei comunista. Punto. È tanto semplice. E poi accusi me di voler complicare le cose…

    Infine francamente continuo a non capire quale sia il punto ideale della tua proposta (quello non pragmatico e capace di «far sognare» il popolo): dici che bisogna costruirla, ma forse semplicemente non ci può essere un’uscita a sinistra nel senso che dici tu perché il problema che poni tu oggi (ma sentito declinare forse decine di volte negli ultimi 20 anni dalla Bolognina in giù) è inconsistente e quindi senza sbocchi. È un’ipotesi che andrebbe almeno presa in considerazione.

    Tento di essere meno originale (o meno strampalato, se preferisci) e quindi più banale: non vedi assonanze tra quanto stai scrivendo tu la svolta a destra di Occhetto, e (più recentemente e in sedicesima) la svolta a destra di Vendola? Immagino vorrai far notare le differenze. Quello che preoccupa sono le similitudini.
    Non si tratta di aver paura del babau né di buttare il cuore oltre l’ostacolo, si tratta di ragionare e di essere conseguenti ai propri ragionamenti. E quindi di essere chiari.

    Io ti faccio molte domande spero tu abbia il tempo e la voglia di rispondere a tutte (anche a quelle che potrebbero sembrarti retoriche), tu a me ne fai una, sembra. Ed ovviamente intendo risponderti immediatamente.
    Scrivi: “La domanda che ho posto io nell’articolo è: posto che la sinistra radicale non c’è più e quella nel centro-sinistra è continuamente messa in subalternità, è possibile superare le incrostazioni legati ai gruppi dirigenti e (se fossimo fubri pure per gli interessi di ciascuno) unirci sulla base di un programma minimo comune? ”
    La risposta è: penso di sì. Penso che le “incrostazioni legati ai gruppi dirigenti” siano un problema superabile, volendo. Ma non penso che siano solo quelle il freno al progetto che delinei. Come non penso che la spinta verso soggetti «««««nuovi»»»»» e su base programmatico-minimalista non sia solo sana e «dal basso», ma venga – almeno in parte – anche da una porzione di gruppi dirigenti che tenta di riciclarsi subodorando il fatto che la vecchia barca sta affondando. Il problema del programma minimo comune è dal punto di vista sostanziale l’aridità, l’assenza di un sogno per cui il popolo possa lottare. Dal punto di vista della soggettività politica spero che il freno maggiore ad un progetto del genere sia costituito da compagni come me, più che da grigi burocrati convinti di stare al sicuro in orticelli sempre più piccoli. Come – ripeto – immagino che tu ami pensare che il progetto programmatico-minimalista che proponi possa essere portato avanti da gente onesta e speranzosa e non da altri burocrati (od ex-burocrati) ambiziosi e trasformisti.

    Spero che il mio contributo possa essere utile.

    Fox.

  10. Mi pare che ci stiamo avvitando più in una sfida sulla dialettica che in un confronto politico. Che ti devo dire, buon lavoro. Rispetto le posizioni su cui ti collochi ma non sono mai state le mie. Spero che onguno nei propri ambiti riesca ad ottenere qualcosa di concreto.

  11. Mah… hai ragione: abbiamo avuto fin troppa pazienza l’un l’altro. Il nostro modo di fare, prima ancora delle nostre posizioni, è in larga misura inconciliabile. Peccato. La dialettica vorrebbe il contrario, ma pare, rileggendo il nostro carteggio, che (almeno in questa fase) dialettica e politica possano essere considerati come princìpi potenzialmente in contrapposizione. Non sono d’accordo, ma tant’è: la tua posizione è ovviamente comprensibile.
    Speriamo di poter continuare entrambi a fare politica con onestà e passione, sperando di ritrovarci fra 20 anni potendo ancora chiamarci, a ragione, comunisti. E quindi compagni.
    À bientôt.
    Fox.

  12. ma quindi siccome non si trova da nessuna parte la parola ambiente o ambientalista nè il pdci nè il prc vuole salvaguardare l’ambiente?

  13. Non capisco a cosa tu ti riferisca, ma la domanda è chiara ed io, nei limiti del possibile, tento di rispondere. Risposta: No. Affatto. Per i comunisti (da Marx in giù) il comunismo è – tra le altre cose – la pretesa che la contraddizione capitale-lavoro sussuma in sé ogni altra contraddizione sociale, ivi compresa quella uomo-ambiente. Questo è stato ed è uno degli argomenti forti per sostenere che, ad esempio, in URSS (per lo meno dopo Lenin) non ci sia stato socialismo bensì “capitalismo di stato”.

    Ciao.

    Fox

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