Assunto e licenziato: la truffa del Jobs Act inizia a mostrare i suoi effetti

Ieri Repubblica Economia & Finanza pubblica questa notizia: Primo assunto col Jobs Act licenziato:”Altro che tutele crescenti”. Consiglio calorosamente di darci un’occhiata.

Quando Renzi iniziò la sua offensiva mediatica per sostenre la riforma del mercato del lavoro non erano molte le voci contrarie. Il Jobs Act veniva descritto come il miglior modo di dare ai precari ciò che mancava loro: stabilità, certezze, tutele. Si trattava di asserzioni, dichiarazioni senza argomenti a sostegno, sempre vaghe. Quali tutele? In che modo?
E come al solito, stampa e politica, tutti ad accodarsi senza nemmeno provare a leggere sotto la superficie.
Dietro alla facciata aggressiva e “moderna”, lo scopo della rifrma non era dare tutele ai giovani, ma abbassare lo standard di tutela a tutti. Il lavoro a “tempo indeterminato” è stato reso precario semplicemente rendendo facilissimo licenziare, anche senza giusta causa o semplicemente adducendo “cause economiche”.
L’idea di fondo è vecchia, già sperimentata e già fallimentare in altri paesi, ovvero quella convinzione ideologicamente liberista che deregolando il mercato del lavoro e lasciando le mani libere a padroni e padroncini, l’economia si risollevi da sé. Falso, purtroppo, soprattutto in un paese come il nostro, in cui la “responsabilità sociale” dell’impresa si è rivelata particolarmente carente, ancora di più da dopo l’inizio della crisi quando tra deroghe ai contratti nazionali e delocalizzazioni lampo (dopo aver preso per anni i contributi pubblici), quello che poteva andare male è andato peggio.
La riforma, come era logico aspettarsi, non ha avuto nessun effetto sostanziale sull’aumento delle assunzioni. Dati alla mano, da vedere al netto della ripresa fisiologica e degli effetti dei pesanti incentivi pubblici (cioè pagati da lavoratori e pensionati) dati ai privati per assuere.
Ora non solo chi ha un contratto “a tutele crescenti” non ha davvero un contratto a tempo indeterminato (che ormai esiste solo in forma residuale nel nostro paese), ma le forme di lavoro precarie sono state confermate. Qualcuno si ricorda quando il mantra era: intanto iniziamo con il contratto a tuele crescenti, poi toglieremo quelli precari? Ne sentite parlare ancora? No vero? È perché non li toglieranno.
Così come gli ammortizzatori sociali, che sono stati ridotti per chi li aveva, continuano a escludere buona parte dei precari.

A questo si aggiunge la facilità di demansionamento e la possibilità di video-sorveglianza sul posto di lavoro.

Per chiarirsi un po’ le idee chi sa poco o nulla di cosa sia realmente il Jobs Act può andare QUI, si tratta di una semplice pagina approntata dalla CGIL per fare un po’ di informazione di base.

Top 5 film horror e sci-fi da vedere (dal TS+F 2015)

Cinque film selezionati in diverse categorie dal Trieste Science Plus Fiction Festival di Trieste concluso pochi giorni fa, da non perdere appena la distribuzione avrà fatto (speriamo) il suo compito.

1. The Survivalist (2015), Stephen Fingleton

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Una delle letture più realistiche in circolazione del futuro post-apocalittico è, forse proprio per questo, una tra le più originali.
Opera prima del regista nordirlandese Stephen Fingleton, budget molto basso e sfruttato meravigliosamente, raccoglie per passione più che per denaro una manciata di attori professionisti molto bravi (alcuni dei quali con brutti film alle spalle), su tutti i tre protagonisti Olwen Fouere, Mia Goth e Martin McCann.
In un futuro non così lontano l’esaurimento dei combustibili fossili ha portato al crollo della popolazione mondiale e al ritorno fulmineo ad una sorta di medioevo dove ognuno è in competizione spietata con gli altri per la sopravvivenza.
Una visione pienamente utilitaristica di “bene”, “male”, “buoni” e “cattivi” permea tutto il film che scorre asciutto su vicende umane crude, raccontate senza abbellimenti e concessioni al conforto dello spettatore o estetizzazione di violenza e dramma. Ciò che stupisce subito è il realismo estremo nel descrivere la quotidianità con una attenzione maniacale per i particolari, il piglio quasi documentaristico nell’usare il nudo senza alcuna pruriginosità, in scene e inquadrature belle ma naturali. Una storia cinica, cattiva senza “cattivismo”, dissacrante e provocatoria senza narcisismo e senza scomporsi. Questo è il cinema indipendente che mi piace, che riesce ad essere avanguardia nel vero senso della parola, perché gioca sui confini di ciò che è usuale e rassicurante per lo spettatore, la sua idea di moralità e visione del mondo. Arte vera, che si espone con onestà invece che (come fa molto cinema indipendente) affastellare suggestioni estetiche, montarle a caso e strillare metaforicamente “guardatemi, sto facendo arte”.
Chi volesse farsi un’idea abbastaza precisa del film può guardare il corto Megpie, con alcuni degli stessi attori e ambientato nello stesso mondo.

2. Goodnight Mommy (Ich seh, ich seh, 2014), Severin Fiala e Veronika Franz

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Horror austriaco che sta facendo incetta di premi in vari festival, meritatamente.
Una madre giovane e bella dal volto fasciato, bloccata in casa dopo un intervento chirurgico probabilmente seguito di un incidente. I due figli gemelli, inquietanti come sanno essere i gemelli negli horror.
Atmosfere rarefatte, grande gusto e attenzione per le inquadrature, molto gioco su luce e ombre per costruire un senso di tensione e spaesamento che dura per tutto il film. Non sapremo di chi avere paura, di chi fidarci, cosa aspettarci fino al terzo atto.
In tempi di horror americani tutti uguali, con scarsa attenzione per regia e recitazione, o peggio ammorbati dalla moda del “found footage”, che si affidano quasi totalmente ai jumpscare, fa sempre piacere vedere un film di genere girato con ambizione artistica e cura per la regia. Si avvicina come genere ad altri grandi esempi di horror di qualità usciti da poco come The Babadook e It follows.
Il gioco sadico tra tensione psicologica ed esplosioni di violenza è il modo degli autori di torturare scientificamente lo spettatore, arrivando ad uno dei massimi obiettivi dell’horror: minare i punti di riferimento di chi guarda, metterlo a disagio graffiandone le certezze.

Turbo Kid (2015). François Simard, Anouk Whissell e Yoann-Karl Whissell

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Forse ogni generazione di trentenni nella storia si è trovato offerto in qualche forma un revival dell’epoca della propria infanzia. Oggi quello degli anni ’80, soprattutto nell’ambito dei film di genere, è eufemisticamente invadente. A volte la cosa ha un senso, altre fa solo schifo.
E rimane iil dubbio che quest’idea nostalgica dell’iconografia pop anni ’80 come mondo dell’infanzia dei trentenni di oggi non sia, in buona parte, un ricordo innestato dall’iconografia pop di oggi, revivalistica e un po’ pigra nello sfruttare la nostalgia come selling point.
Qualunque sia la verità, questo film funziona. Funziona tanto e (al contrario dei primi due descritti qui sopra) ti accompagna fuori dalla sala felice e sorridente.
Nel lontano futuro del 1997 il mondo è in rovine, gli umani vivono in baraccopoli tra zone contaminate e aree desertiche. Tecnologia ed economia proseguono con il riciclo degli oggetti del passato.
Guerrieri in stile Mad Max, cowboy, supereroi, robot convivono in una realtà che gioca con se stessa.
La sensazione è quella di una storia inventata durante un gioco tra ragazzini, raccontata con il punto di vista di un bambino, ad uso e consumo di adulti. L’esito è molto meno inquietante di come sembra.
La comprensione di quel misto di plastica, esplosioni e innocenza che rappresenta la visione revival degli anni ’80 filtra con profondità, con reale comprensione, non solo tramite una estetica superficiale, ma anche nei canoni narrativi, nelle vicende, nel senso dell’umorismo “meta” che pervade la pellicola.
Il tono riesce ad essere sempre coerente pur seguendo vicende che sembrano appartenere a mondi diversi, dalla favola fino allo splatter più creativo. E quando il sangue scorre a fiumi ed esplode in ogni direzione è come guardare fuochi d’artificio.
Si tratta insomma di un gioco meta-narrativo che scorre su tanti livelli e riesce ad intrattenere come pura e semplice storia di avventure.
Produzione spartita tra Canada e Nuova Zelanda, girato da un collettivo di tre registi che va sicuramente seguito: François Simard, Anouk Whissell, Yoann-Karl Whissell.

Wyrmwood (2014), Kiah Roache-Turner

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È descritto ovunque come “Mad Max incontra George Romero” o “Mad Max con gli zombie”. In parte rende l’idea.
Si tratta di un film indipendente, molto punk, che sfrutta al massimo ogni centesimo del poco budget, il suo punto forte sta nel riuscire ad essere originale in un genere, quello zombie, che è ormai onnipresente e spesso ridotto al manierismo.
All’estremo opposto delle ragioni per cui ho trovato interessante The Survivalist, Wyrmwood prende la realtà e la snatura mettendo tutto sotto steroidi, dalle leggi della fisica ai comportamenti umani.
Pur facendosi percepire come un lavoro in qualche modo acerbo, nella fotografia, in qualche elemento di sceneggiatura, forse anche per le ristrettezze economiche, intrattiene dall’inizio alla fine, buttandoti da subito in un mondo adrenalinico, che concede proprio tutto al divertimento dello spettatore e soprattutto all’appasionato del genere.
Qualche gioco apprezzabile con i colori e il montaggio e alla fine il risultato di aver costruito attorno a chi guarda un mondo vivo, ampio, credibile, che ti fa dire a fine visione “ne voglio ancora”.
Altra opera prima, altro regista da seguire.

Dark Star: H.R. Gigers welt (2014), Belinda Sallin

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Un po’ come H.P. Lovercraft in campo letterario, Hans Ruedi Giger lo hanno visto molti di più di quanti lo conoscano come autore.
È stato un artista seminale, in molti sensi, un esteta che ha influenzato infiniti altri creativi nei settori più disparati. Il design nella serie di Alien. i dipinti, le copertine per album rock e metal, un paio di videogiochi ma soprattutto l’invenzione di un mondo da incubo che si è allargato in migliaia di altre opere derivative, ogni volta che la fantascienza sfocia nell’ibrido tra uomo e macchina, che l’horror evoca il demoniaco.
Il documentario è stato girato l’anno scorso, poco prima della morte di Giger, e riesce a ricostruirne molto bene l’idea artistica generale, la storia personale e alla fine a farlo capire di più di quanto non potessimo prima. A ciò che era già mitologia, ovvero la creazione delle opere come modo di rappresentare ed esorcizzare i suoi incubi notturni, si aggiunge un approfondimento su quanto la sua abilità artistica fosse viscerale, diretta, così come la forte carica erotica che palpita negli intrecci di corpi semiumani che riempiono le sue tele.
Il documentario oltre che interessante è anche realizzato in modo molto sapiente, riesce a coprire vari aspetti, ad avere vari registri, colma i vuoti lasciati da Giger, non proprio loquace, spaziando sulle persone che hanno lavorato assieme a lui e che popolano la sua casa, una attrazione a sé.
Consigliata la visione agli appassionati ma anche a chi è semplicemente interessato all’arte contemporanea.

Padova è Berlinguer – 30 giugno

 

30 giugno 2015 – Padova è Berlinguer
Presso Golena San Massimo, festa SEL Padova 2015

Una giornata di discussione e approfondimento politico, con un piede nell’eredità culturale di Enrico Berlinguer e la sguardo rivolto al presente e al futuro della politica italiana.

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Chi spacca e chi unisce

Articolo pubblicato l’08/11/14 su www.liberopensiero.eu

Con la solita “precisa vaghezza” un accorato Matteo Renzi qualche giorno fa ha denunciato: “C’è un disegno per spaccare in due l’Italia!”. Un complotto, secondo il premier, di matrice sindacale per mettere i lavoratori contro i datori di lavoro e i lavoratori “privilegiati” (sempre per stare ai suoi schemi) contro i precari. Ieri all’inaugurazione della Piaggio Aerospace il monito è stato: “Guai a pensare che si possa fare del mondo del lavoro il terreno dello scontro”. Renzi “il rottamatore” non è mai stato così preoccupato per la coesione sociale.

Eppure il pesante scontro sul Jobs Act di queste settimane è nato proprio per la decisione del premier di aggredire l’articolo 18, un tema simbolo per la sinistra come per i lavoratori. Un tema che gli stessi renziani a fasi alterne hanno dichiarato essere fondamentale (“Il diritto del datore di licenziare come vuole”) o non importare niente (“riguarda poche centinaia di casi”). Perché? Perché evidentemente ancor più di cosa fare con la riforma (che essendo in legge delega ancora non ha nulla di preciso) interessava contro chi farla. Per lanciare, dal grande comunicatore che ha dimostrato di essere, quell’idea di rinnovamento che fin dai remoti tempi della “rottamazione” si fa prima di tutto contro qualcuno.

Ha proseguito appropriandosi della voce dei precari, inventandosi la celebre “Marta” e parlando al suo posto, mentre da anni, potremmo dire ormai decenni visto che l’avvento della “flessibilità” risale agli anni ’90, i precari organizzati in modo autonomo o nella CGIL cercano di comunicare le loro posizioni, le loro necessità, le loro idee sul lavoro, per lo più inascoltati anche e soprattutto da lui. Evitare la spaccatura sarebbe stato semplice. Se l’interesse del Governo fosse stato il lavoro dei precari, si sarebbe potuto semplicemente scrivere fin da subito la tutt’ora fumosa riforma dei contratti, far vedere come il lavoro grazie al misterioso “contratto unico a tutele crescenti” diventerebbe più stabile, garantire che le altre 46 forme di lavoro precario sarebbero sparite. A tutto ciò il sindacato non avrebbe voluto o potuto opporre resistenza.

Il problema invece è che appare sempre più evidente che il jobs Act oltre allo “scalpo” dell’articolo 18 porterà all’indebolimento del posto fisso senza cancellare i contratti precari, che continueranno a fare più gola, soprattutto dopo il decreto Poletti, di un contratto a tempo indeterminato per quanto svuotato di garanzie. E mentre ai lavoratori si nega l’interlocuzione, arrivando fino alla manganellate a freddo, come dimostrato una volta per tutte dal video della preziosissima trasmissione Gazebo (una volta tanto vero servizio pubblico) ai datori di lavoro si continua a lanciare messaggi nemmeno tanto velati di fratellanza. Dal già citato “sacrosanto diritto di licenziare” al più recente “Sarò breve, tanto ci siamo già detti tutto alla Leopolda”, fino alle pseudo-gaffe (anche questa tecnica cara a Berlusconi) contro il diritto di sciopero di Davide Serra.

Renzi forse non sa, o finge di non sapere, che i lavoratori “garantiti” e i pensionati sono i genitori e i nonni dei precari. E che spesso sono quelli che grazie ad una relativa e sempre più traballante stabilità fanno da welfare famigliare a questi ultimi, ci sono ormai anni di studi statistici a confermarlo. Così come i lavoratori precari in molti casi sono nei luoghi di lavoro, a fare le stesse mansioni, dei lavoratori tradizionali. Chi è che crea spaccature allora?

È anche per lanciare un forte segnale in questo senso che i lavoratori in somministrazione (tra i precari gli unici che hanno effettivamente questo diritto), il 14 e 21 novembre sciopereranno assieme ai metalmeccanici della FIOM, un gesto di unità e solidarietà tra generazioni, categorie, e in definitiva tra gente che lavora.

Alessandro Squizzato

TS+F 2014 Las brujas de Zagarramurdi. La misoginia secondo Alex de la Iglesia

Alex de la Iglesia è un regista spagnolo che fa film, prodotti prevalentemente in Spagna, ormai da vent’anni, il suo talento tuttavia è noto ancora limitatamente ai ciruiti indipendenti o semi indipendenti.
Eppure è un talento davvero enorme. Sempre a cavallo tra horror grottesco e commedia, ha delle coordinate di stile e regia marcate e originali che nel nuovo Las Brujas de Zagarramurdi, brutto titolo internazionale Witching and Bitching (2013, Spagna e Francia) esplodono ovunque.

Si parte da una scalcagnata rapina ad un Compro Oro, dalla messa in scena surreale, e tenendo l’azione a pieno ritmo ci si lancia in un viaggio verso Zagarramurdi, villaggio di poco più di 200 anime nella Navarra noto per la macabra storia locale legata alla caccia alle streghe nel diciasettesimo secolo. Lì scatterà quell’incredibile “click” che fa cambiare faccia ai film, come nel Titty Twister di Dal tramonto all’alba, o nei vicoli di Grosso guaio a China Town, e si viene trasportati in un gorgo sempre più incredibile di horror sovrannaturale.

E se dovessi dare dei riferimenti a chi non conoscesse già lo stile di Alex de la Iglesia per capire a cosa ci troviamo davanti, richiamerei proprio questi film di Rodriguez e Carpenter. Nel tono scanzonato con cui si affronta la violenza e lo splatter. Per la narratività pura che lancia ogni canone di genere sui binari dell’azione lo stile si può accostare proprio a Carpenter in particolare, se pur privo di qualsiasi serietà “machista”.
Ma non si può considerare De la Iglesia “citazionista”, qui anzi sono ancora più marcati che in passato i sui segni distintivi. Il piglio quasi vicino alla nobile corrente neorealista nel fotografare in modo compiaciuto la bruttezza dei volti e degli ambienti, nel dipingerla con carnalità, nel giocarci senza apporre filtri che ne alterino la grottesca normalità. Certo con uno stile “pop”, moderno, da cui pesca, sempre per capirci, anche Rob Zombie in alcune delle sue trovate.
L’umorismo comico ma intelligente che gioca con gli stereotipi a cui ci abituiamo quotidianamente e ne smaschera il lato ridicolo.

Siamo in un mondo di uomini-bambini e donne dispotiche e terribili, di incomunicabilità tra i sessi, in cui ogni preconcetto vagamente misogino, spesso comico, con cui noi tutti abbiamo a che fare viene portato all’eccesso e messo in farsa.

È un film con vari livelli di lettura, tutti apprezzabili, girato bene e che fa ridere molto.
Gli effetti speciali, nonostante abbiano vinto qualche premio, sono un po’ altalenanti e soprattutto verso la fine forse si scontrano con il budget, portando lo spettatore un po’ fuori dalla finzione. Ma si tratta di un aspetto completamente trascurabile.

È un film che dovrebbero vedere tutti, che forse darà una bella spinta alla notorietà del regista e che, mi sbilancio, probabilmente stasera vincerà almeno il premio del pubblico al Trieste Science + Fiction 2014. C’è solo da sperare che la tragica miopia dei distributori italiani abbia un sussulto di buon senso e ci permetta di vederlo in qualche cinema.

(Chi avesse la fotuna, segua con attenzione i titoli di testa, vale la pena).