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Chi spacca e chi unisce

Articolo pubblicato l’08/11/14 su www.liberopensiero.eu

Con la solita “precisa vaghezza” un accorato Matteo Renzi qualche giorno fa ha denunciato: “C’è un disegno per spaccare in due l’Italia!”. Un complotto, secondo il premier, di matrice sindacale per mettere i lavoratori contro i datori di lavoro e i lavoratori “privilegiati” (sempre per stare ai suoi schemi) contro i precari. Ieri all’inaugurazione della Piaggio Aerospace il monito è stato: “Guai a pensare che si possa fare del mondo del lavoro il terreno dello scontro”. Renzi “il rottamatore” non è mai stato così preoccupato per la coesione sociale.

Eppure il pesante scontro sul Jobs Act di queste settimane è nato proprio per la decisione del premier di aggredire l’articolo 18, un tema simbolo per la sinistra come per i lavoratori. Un tema che gli stessi renziani a fasi alterne hanno dichiarato essere fondamentale (“Il diritto del datore di licenziare come vuole”) o non importare niente (“riguarda poche centinaia di casi”). Perché? Perché evidentemente ancor più di cosa fare con la riforma (che essendo in legge delega ancora non ha nulla di preciso) interessava contro chi farla. Per lanciare, dal grande comunicatore che ha dimostrato di essere, quell’idea di rinnovamento che fin dai remoti tempi della “rottamazione” si fa prima di tutto contro qualcuno.

Ha proseguito appropriandosi della voce dei precari, inventandosi la celebre “Marta” e parlando al suo posto, mentre da anni, potremmo dire ormai decenni visto che l’avvento della “flessibilità” risale agli anni ’90, i precari organizzati in modo autonomo o nella CGIL cercano di comunicare le loro posizioni, le loro necessità, le loro idee sul lavoro, per lo più inascoltati anche e soprattutto da lui. Evitare la spaccatura sarebbe stato semplice. Se l’interesse del Governo fosse stato il lavoro dei precari, si sarebbe potuto semplicemente scrivere fin da subito la tutt’ora fumosa riforma dei contratti, far vedere come il lavoro grazie al misterioso “contratto unico a tutele crescenti” diventerebbe più stabile, garantire che le altre 46 forme di lavoro precario sarebbero sparite. A tutto ciò il sindacato non avrebbe voluto o potuto opporre resistenza.

Il problema invece è che appare sempre più evidente che il jobs Act oltre allo “scalpo” dell’articolo 18 porterà all’indebolimento del posto fisso senza cancellare i contratti precari, che continueranno a fare più gola, soprattutto dopo il decreto Poletti, di un contratto a tempo indeterminato per quanto svuotato di garanzie. E mentre ai lavoratori si nega l’interlocuzione, arrivando fino alla manganellate a freddo, come dimostrato una volta per tutte dal video della preziosissima trasmissione Gazebo (una volta tanto vero servizio pubblico) ai datori di lavoro si continua a lanciare messaggi nemmeno tanto velati di fratellanza. Dal già citato “sacrosanto diritto di licenziare” al più recente “Sarò breve, tanto ci siamo già detti tutto alla Leopolda”, fino alle pseudo-gaffe (anche questa tecnica cara a Berlusconi) contro il diritto di sciopero di Davide Serra.

Renzi forse non sa, o finge di non sapere, che i lavoratori “garantiti” e i pensionati sono i genitori e i nonni dei precari. E che spesso sono quelli che grazie ad una relativa e sempre più traballante stabilità fanno da welfare famigliare a questi ultimi, ci sono ormai anni di studi statistici a confermarlo. Così come i lavoratori precari in molti casi sono nei luoghi di lavoro, a fare le stesse mansioni, dei lavoratori tradizionali. Chi è che crea spaccature allora?

È anche per lanciare un forte segnale in questo senso che i lavoratori in somministrazione (tra i precari gli unici che hanno effettivamente questo diritto), il 14 e 21 novembre sciopereranno assieme ai metalmeccanici della FIOM, un gesto di unità e solidarietà tra generazioni, categorie, e in definitiva tra gente che lavora.

Alessandro Squizzato

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TS+F 2014 Las brujas de Zagarramurdi. La misoginia secondo Alex de la Iglesia

Alex de la Iglesia è un regista spagnolo che fa film, prodotti prevalentemente in Spagna, ormai da vent’anni, il suo talento tuttavia è noto ancora limitatamente ai ciruiti indipendenti o semi indipendenti.
Eppure è un talento davvero enorme. Sempre a cavallo tra horror grottesco e commedia, ha delle coordinate di stile e regia marcate e originali che nel nuovo Las Brujas de Zagarramurdi, brutto titolo internazionale Witching and Bitching (2013, Spagna e Francia) esplodono ovunque.

Si parte da una scalcagnata rapina ad un Compro Oro, dalla messa in scena surreale, e tenendo l’azione a pieno ritmo ci si lancia in un viaggio verso Zagarramurdi, villaggio di poco più di 200 anime nella Navarra noto per la macabra storia locale legata alla caccia alle streghe nel diciasettesimo secolo. Lì scatterà quell’incredibile “click” che fa cambiare faccia ai film, come nel Titty Twister di Dal tramonto all’alba, o nei vicoli di Grosso guaio a China Town, e si viene trasportati in un gorgo sempre più incredibile di horror sovrannaturale.

E se dovessi dare dei riferimenti a chi non conoscesse già lo stile di Alex de la Iglesia per capire a cosa ci troviamo davanti, richiamerei proprio questi film di Rodriguez e Carpenter. Nel tono scanzonato con cui si affronta la violenza e lo splatter. Per la narratività pura che lancia ogni canone di genere sui binari dell’azione lo stile si può accostare proprio a Carpenter in particolare, se pur privo di qualsiasi serietà “machista”.
Ma non si può considerare De la Iglesia “citazionista”, qui anzi sono ancora più marcati che in passato i sui segni distintivi. Il piglio quasi vicino alla nobile corrente neorealista nel fotografare in modo compiaciuto la bruttezza dei volti e degli ambienti, nel dipingerla con carnalità, nel giocarci senza apporre filtri che ne alterino la grottesca normalità. Certo con uno stile “pop”, moderno, da cui pesca, sempre per capirci, anche Rob Zombie in alcune delle sue trovate.
L’umorismo comico ma intelligente che gioca con gli stereotipi a cui ci abituiamo quotidianamente e ne smaschera il lato ridicolo.

Siamo in un mondo di uomini-bambini e donne dispotiche e terribili, di incomunicabilità tra i sessi, in cui ogni preconcetto vagamente misogino, spesso comico, con cui noi tutti abbiamo a che fare viene portato all’eccesso e messo in farsa.

È un film con vari livelli di lettura, tutti apprezzabili, girato bene e che fa ridere molto.
Gli effetti speciali, nonostante abbiano vinto qualche premio, sono un po’ altalenanti e soprattutto verso la fine forse si scontrano con il budget, portando lo spettatore un po’ fuori dalla finzione. Ma si tratta di un aspetto completamente trascurabile.

È un film che dovrebbero vedere tutti, che forse darà una bella spinta alla notorietà del regista e che, mi sbilancio, probabilmente stasera vincerà almeno il premio del pubblico al Trieste Science + Fiction 2014. C’è solo da sperare che la tragica miopia dei distributori italiani abbia un sussulto di buon senso e ci permetta di vederlo in qualche cinema.

(Chi avesse la fotuna, segua con attenzione i titoli di testa, vale la pena).

 

2030

TS+F 2014 2030/Nuoc, un dramma post-apocalittico dal Vietnam

Il Vietnam oggi produce una media di quattro o cinque lungometraggi di finzione all’anno, non propriamente prominenti nemmeno tra il resto della produzione orientale che giunge sui nostri schermi. Quest’anno tuttavia è riuscito a farsi notare nel circuito internazionale (passando per il Festival internazionale del cinema di Berlino) 2030, Nuoc per gli amici, di Nguyen-Vo Nghiem-Minh, un film che galleggia placidamente sul mare dei generi cinematografici senza sceglierne mai uno preciso, ondeggiando plasticamente tra dramma sentimentale, thriller e fantascienza a sfondo ecologico.

Girato quasi totalmente tra Ho Chi Minh City e il distretto di Can Gio, importante per una foresta di mangrovie tra le riserve naturali protette dall’UNESCO, il film è ambientato in un Vietnam del futuro, sommerso per il 50% dal mare a causa del surriscaldamento globale, fatto di distese d’acqua, palafitte e  piccoli scampoli di vecchie metropoli.

Il paesaggio è l’elemento fondamentale del profilmico, spesso più importante dei personaggi nel comunicare atmosfera ed emozioni, sempre piuttosto rarefatte.
Il gusto pulito, ma sempre interessante, per le inquadrature valorizza al massimo le vedute marine. L’ambiente attorno alle azioni dei personaggi si sente quasi respirare, è vivo, pulsante, realistico nel soffiare del vento, nell’umidità che permea tutto, nella materialità della terra e del legno.Le inquadrature panoramiche si avvicinano in piani ravvicianti e piani medi a seguire le azioni dei personaggi completando una descrizione quasi tattile di quanto succede davanti alla macchina da presa.

Così come comunica un senso di realtà la naturalezza con cui le persone si sono adattate al nuovo mondo, mostrato con misura nella routine quotidiana dei personaggi.

Il montaggio asciutto, essenziale, con qualche ellissi si fa apprezzare nonostante non succeda mai molto. Le inquadrature, che a occhio sono in gran parte tra i 6 e i 10 secondi, sono lunghe e danno un ritmo palcido a tutta la vicenda ma non così tanto come negli standard del cinema autoriale dell’estremo oriente.

Senza soffermarsi sui dettagli di trama, tutto sommato poco importante per gli aspetti di interesse del film, per capirci vi troverete davanti ad una storia che racconta la  quotidianità – attraverso vicende distribuite in circa un decennio, della vita di una ragazza a cui viene ucciso in circostanze misteriose il marito e si ritroverà coinvolta incidentalmente in una scoperta che può modificare ulteriormente l’ecosistema del Vietnam.

Il difetto del film è la placidità propriamente acquatica anche di tutto il resto: tensione, emozioni, azioni, trama. Come thriller è poco costruito, praticamente privo di suspense. Come dramma sentimentale è decisamente poco drammatico nelle reazioni umane. E nel complesso è anche poco interessato al carattere di film di fantascienza a parte l’espediente narrativo e qualche (bella) scenografia.
La delicatezza stilistica, che ho apprezzato molto, non viene mai mossa dalla trama e dalle azioni, ottenendo così un complessivo a conti fatti blando.

Una ragazza, seduta poco distante da me in sala, a fine proiezione ha sbottato:”Oh signore, ma che roba era?!”.
Questa forse è la reazione più probabile di molti spettatori occasionale alla ricerca di un buon film di fantascienza che si imbattessero in 2030.

Tuttavia per chi fosse appassionato di cinema e in particolare di cinema orientale merita la visione. Per il piglio realista, anche in senso cinematografico, delle riprese e della fotografia, per le belle inquadrature, per l’ambientazione che a volte emerge dal film quasi in modo sensoriale e per la delicatezza densa e studiata della regia.

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Perché il 25 ottobre sarò in piazza

Articolo pubblicato su www.liberopensiero.eu

La manifestazione del 25 ottobre si avvicina. Chi si ricorda lucidamente gli anni dei governi Berlusconi si ricorderà anche la grande mole di mobilitazioni, manifestazioni, cortei che hanno tenuto impegnata la sinistra in una attività quasi frenetica. Chi vi ha preso parte si ricorderà forse anche la stanchezza, nell’ultimo periodo, per la quale molti iniziavano a chiedersi se le manifestazioni servissero ancora a qualcosa o se fossero solo delle cerimonie. Si andava in piazza, ci si contava, poi il Governo faceva quello che voleva come se niente fosse. La sinistra non conquistava terreno, il centro-sinistra era sempre più “centro” e più sordo alla sensibilità del suo popolo.

Ma chi si ricorda vedrà anche la differenza con questi ultimi anni in cui, nonostante le molte mobilitazioni locali legate alla crisi, le manifestazioni nazionali sono state poche e limitate. Una caduta verticale di dibattito politico, di opposizione, di tesi alternative alla disastrosa linea dell’ideologia bocconiana tutta austerity e liberismo. Misure antipopolari che nemmeno Berlusconi si era azzardato a portare fino in fondo, frenato di certo anche dalla paura di perdere consensi. Il fatto è che le istanze dei più deboli, trattate – nel migliore dei casi – in modo sciatto dai media, ghettizzate nelle istituzioni, contrastate dall’establishment economico, quando rinunciano a dare gambe alle proposte con una sana componente di conflitto, scompaiono. Cedono il passo al “pensiero dominante” nella politica e alla rabbia disarticolata e spesso mal indirizzata nella società.

Credo sia anche per questo che la CGIL è stata costretta, di fronte al rifiuto di un vero confronto da parte del Governo, a muovere nuovamente la macchina organizzativa e a preparare una mobilitazione come non si vedeva da anni. Quelle che si conteranno in piazza sabato saranno le ragioni del lavoro che non hanno più trovato rappresentanza sufficiente nelle istituzioni. Le ragioni di chi vive di uno stipendio, di chi non riesce ad ottenerlo, di chi prende una stipendio insufficiente a vivere e di quei precari di cui in questo periodo si parla tanto.

E proprio come precario scendo in piazza anche per non lasciare che siano solo gli altri a parlare per me. Che non sia Renzi, con le sue costruzioni da manuale della buona comunicazione, a chiamare me e tutti quelli come me “Marta”, darmi una opinione – stereotipata – ed usarmi come scudo umano per occuparsi di tutt’altro. Vado in piazza perché dentro e fuori il sindacato i precari hanno maturato una lettura complessa della propria situazione lavorativa e del sistema di diritti di cui hanno bisogno e questa può trovare la giusta forza per rappresentarsi in solidarietà con gli altri lavoratori. Sono istanze, le nostre, che vanno spinte sia nel sindacato, perché possa occuparsene meglio e con più forza, sia contro il governo. E per farlo dobbiamo farci vedere e sentire.

Per questo tornare in piazza non è un gesto simbolico ma la riconquista di una pratica di conflitto e rappresentanza democratica che non va mai affrontato con superficialità o inflazionato, come tutto, ma che è ancora fondamentale. E per questo invito quelli che non sono d’accordo con quanto sta facendo il Governo a chiamare la Camera del Lavoro della loro città e a prenotare un posto sulla corriera o sul treno speciale. Non sarà un modo comodo di passare il fine settimana, ma di certo non sarà nemmeno una perdita di tempo.